Un po’ di tempo fa era uscito un libro di Adriano Sofri. Si intitolava “La notte che Pinelli”, e com’è prevedibile si trattava di un’indagine, svolta prevalentemente sulle risultanze giornalistiche e sugli atti giudiziari dell’inchiesta, sulla morte di Pinelli nella questura di Milano, nel lontano 1969.
Prima ancora che il libro uscisse, tutti i vari detrattori, opinionisti e schiumatori politici di professione (nel senso di personaggi adusi a schiumare rabbia) sembrava sapessero esattamente ciò che nel libro avrebbero trovato: più che una spiegazione di ciò che successe quella notte, un’assunzione di responsabilità da parte di Sofri, magari anche qualche rivelazione in merito all’omicidio del commissario Calabresi.
Il libro uscì, e fu il silenzio. Non un silenzio stupito o allibito: semplicemente un’indifferenza ostentata, troppo. Nulla di quello che molti avrebbero voluto trovarci c’era: il libro non diceva niente che non si sapesse già – peraltro lo diceva benissimo e benissimo faceva a ricordarlo – ovvero che Calabresi era comunque un personaggio al di sotto di ogni sospetto, e il fatto che sia morto ammazzato non è che migliorasse la sua posizione; che l’inchiesta sulla morte di Pinelli fu parecchio raffazzonata e affrettata; che Sofri continua a rifiutare qualsiasi attribuzione di responsabilità materiale circa la morte di Calabresi (per quelle morali si è già pronunciato, ma – fermo restando che non è per queste che è stato condannato – come dice Nick Hornby in Alta Fedeltà, non è che uno può passare la vita a chiedere scusa); che, infine, sulla morte di Pinelli non c’è nessuna certezza e non ci sarà mai.
Mi sono ricordato della vicenda del libro di Sofri a proposito di quello che è capitato per un altro, “No kid”, della sociologa francese Corinne Maier. Dico “sociologa” in quanto non so bene come definirla e nemmeno lei lo sa, visto che fa, ha fatto o dice di
fare la psicologa, l’economista e altre cose del genere; diciamo che fa parte di quella categoria di studiosi francesi di scienze sociali che, armati di una buona dose di volontà critica, di costruttivo cinismo e di sarcasmo verso la morale corrente, le istituzioni in cui questa s’invera e i modi abituali di vivere e di essere (soprattutto a livello di élites intellettuali) parlano, studiano e denunciano quello che sta sotto gli occhi di tutti ma nessuno si azzarda a notare, e lo fanno in maniera argomentata e razionale. Tra questi Michela Marzano (che stimo moltissimo nonostante qualche tempo fa l’avessi criticata per le sue idee sulla pornografia), Michel Onfray e, perché no, lo scrittore Michel Houellebecq.
In sostanza, sui numerosi siti e forum italiani in cui si parla di maternità e di bambini, il libro era stato analizzato e stroncato ancora prima di uscire. Tanto più che la Maier non è che parlasse per sentito dire, ma la sua critica alla maternità avveniva un base alla propria esperienza personale: bella madre dev’essere stata, si diceva, chissà cosa devono pensare i suoi figli ad essere stati così tanto malvoluti, eccetera… Ovviamente per combattere l’eresia si metteva in campo il consueto armamentario dei fanatici della procreazione: i figli danno gioia, insegnano e fanno comprendere varie cose, la fatica che si fa per loro viene ampiamente ripagata da tutte le gratificazioni di cui sono latori, i figli sono un atto di fiducia nel futuro, chi dice no alla maternità (o alla paternità) è un truce egoista, cosa sarebbe il mondo senza bambini, eccetera eccetera eccetera… Quando poi finalmente il libro è uscito, è calato il silenzio. Anche perché, bisogna dire, la distribuzione non è che fosse delle migliori; con tutto che in Italia lo ha pubblicato Bompiani, ho dovuto faticare parecchio per trovarlo, quasi fosse un libro di propaganda sovversiva in un regime dittatoriale…
Bene, vediamo adesso di cosa parla questo libro. Innanzi tutto, un’ampia introduzione affronta il tabù dei tabù, ovvero il fatto che piccolo (ovvero infantile) debba essere sempre e comunque bello agli occhi di un adulto, un adulto debba sempre e comunque esprimere sentimenti positivi nei confronti della procreazione, l’infanzia e i bambini, e deve soprattutto astenersi, in pubblico e in privato, dal dichiarare che spesso e volentieri queste cose non siano altro che una solenne rottura di palle, fatto però negato da modi culturali e luoghi comuni. La Maier fece inorridire un’amica quando, durante una sera di bilanci esistenziali, si permise di criticare i propri figli e la scelta di averli fatti. Seguono una serie di considerazioni storico-sociali, in particolare sul fatto che spesso sono proprio i regimi dittatoriali a spingere a favore della procreazione e del culto della famiglia, che le “catene invisibili” della famiglia e dei figli sono più efficaci di quelle vere, eccetera. Dopo di che, si entra nel vivo del discorso con una serie di capitoli tematici a suffragio del fatto che “childfree è bello”. Vediamoli uno per uno.
1) Il desiderio di procreazione è un bisogno culturale indotto. Il fatto che la maternità sia diventata un diritto, legalmente tutelato, appare quanto meno ridicolo. Sulla maternità e sulla procreazione c’è un mercato lucroso, e, come sempre capita in questi casi, si fa di tutto per espanderlo e rendere pertanto il consumo indispensabile. “Il figlio non è un diritto né una necessità. E’ solamente una possibilità”.
2) Il parto è una cosa atroce, e le donne che si pronunciano su di esso come un momento di gioia e realizzazione, mentono o sono delle ipocrite. I bambini appena nati sono orribili. Poi dopo qualche mese diventano più presentabili, e infatti è solo allora che diventano “carne da pubblicità”.
3) Morte alla retorica dell’allattamento al seno. Si, è naturale, ma dove sta scritto che tutto quello che è naturale è buono? Fa male, rovina il seno, crea dipendenza (nel bambino).
4) Senza figli si può continuare a divertirsi, o semplicemente a dormire tutta la notte, uscire quando se ne ha voglia e rientrare dopo mezzanotte, viaggiare in posti che non siano villaggi turistici con il miniclub per bambini, si è esentati dal calibrare tutta la propria vita sulle loro esigenze.
5) La vita con i figli è una vita banalizzata: sempre gli stessi ritmi, sempre gli stessi orari… le “catene invisibili” di cui si diceva. E quel che è peggio, è che il “lavoro” di genitore non viene riconosciuto, tanto è vero che le categorie professionali che hanno maggiori rapporti con i bambini sono anche quelle meno pagate (baby sitter, educatori…)
6) Avere dei figli significa la fine delle relazioni di amicizia con quelli che i figli non li hanno. Una coppia di amici con prole avrà pochissimo tempo da dedicare agli altri, e anche se gli amici andranno generosamente a trovarli, si vedranno marginalizzati, tutte le attenzioni dei neo-genitori saranno per i loro figli (farli mangiare, metterli a dormire ecc. ecc.) così come le loro attività e i loro orari se magari si farà un viaggio assieme. Per non parlare della monotematicità delle conversazioni.
7) Il linguaggio che si usa abitualmente per rivolgersi ai bambini è grottesco. Bandisce l’imperativo (che probabilmente sarebbe troppo autoritario) e i tempi composti. Il genitore si sente in dovere di spiegare tutto e di farlo con un linguaggio costruito ad hoc. Il tutto, visto dall’esterno, se appena vi si fa minimamente caso, rasenta l’assurdo. Perché si presume che un bambino non sia in grado di capire un linguaggio normale?
La nascita di un bambino significa spesso la fine della vita sessuale per i genitori, per un lungo periodo, a volte per sempre. Per motivi di tempo disponibile, per l’invadenza dello stesso bambino quando comincia a crescere. E non parliamo poi dei genitori separati: guai a portare un estraneo in casa a fini sessuali, il bambino potrebbe restare traumatizzato…
9) Discende dal punto precedente: spesso la procreazione porta a un vero e proprio crollo del desiderio in forma congenita, o per minore desiderabilità del corpo materno post-parto (e anche pre, spesso la donna incinta “deve essere rispettata” ma non desiderata).
10) Anche la vita di coppia, non necessariamente sessuale, viene sabotata dalla nascita del figlio. Il fatto di avere meno tempo l’uno per l’altro può portare all’allontanamento, alla mancanza di attenzione, alla freddezza relazionale, alla fine dei giochi e delle complicità. O ci si separa, o si rischia di restare assieme come due estranei.
11) La mancanza di chiarezza sul ruolo del genitore ha portato a un’ipertrofizzazione della dimensione (materiale e morale) del bambino. Si è genitori perché si hanno figli, punto. Ma nessuno è in grado di spiegare, nel profondo, cosa significhi essere genitori. Dare amore: va bene, ma cosa vuol dire?
12) I bambini sono cattivi. La loro tenerezza deriva dalla debolezza, non dalla mancanza di intenzioni lesive, a maggior ragione per il fatto che manca loro una morale e una consapevolezza che l’azione violenta viene punita. A prescindere dagli episodi in cui bambini hanno lesionato o anche ucciso altri bambini, spesso sono insopportabili e invadenti anche nei confronti degli adulti che non sono i loro genitori. Viaggiare in treno con bambini irrequieti può essere atroce. Perché non vendere biglietti no kid? Non parliamo dell’inferno di avere vicini di casa con bambini piccoli.
13) I bambini sono conformisti. Vogliono essere come tutti gli altri, vestirsi e fare le cose che fanno tutti, e i creatori di moda e di oggetti di consumo lo sanno benissimo. Anche le istituzioni lo sanno, ed ecco che gli forniscono una struttura, l’asilo, dove ci sono cose precise da fare ed orari da rispettare, così sarà pronto ad entrare preparato nell’universo adulto.
14) I figli costano tantissimo. I sussidi delle politiche a favore della maternità sono ridicoli se raffrontati alle spese che crescere un figlio comportano. Se la gente ponesse mente a quanto gli costerà il loro frugoletto nel tempo, di figli ne farebbe ancora meno (e non a caso, nel momento in cui la politica e il senso morale comune mettono sotto accusa le politiche di controllo demografico, di questo fatto nessuno parla).
15) I bambini sono consumisti. Vogliono oggetti sempre nuovi, giocattoli, regali, indumenti, cose che peraltro utilizzeranno poco e male. Anche i genitori lo sono, e infatti ancora prima che i loro pargoli comincino a ragionare sono loro il bersaglio di oggettistiche per l’infanzia che fanno tendenza e hanno prezzi aberranti.
16) I bambini devono essere tenuti occupati – sia per la loro “crescita psicofisica”, sia perché così rompono meno le palle ai genitori. Un metodo comune è metterli davanti alla televisione, ma pare che sia una cosa disdicevole e pericolosa. Va meglio con playstations e cose del genere, ma comunque il massimo è fargli fare acquaticità da piccoli e poi danza, musica, judo e tutto il resto quando cominciano a crescere. Guai a lasciar loro del tempo libero. Peccato solo che poi sono i genitori che devono correre come dei disperati per portarli avanti e indietro da tutti i loro impegni. D’altra parte i vincenti sono sempre superimpegnati, sono i perdenti quelli che non fanno niente, e nessun genitore vorrebbe un perdente come figlio.
17) Ci sono luoghi, o non-luoghi, imprescindibili per una coppia con figli. L’autrice ne cita molti, io ne richiamo solo alcuni: Eurodisney, l’ipermercato, il giardinetto dei giochi, i film per bambini, Natale, McDonald. Posti bellissimi e divertenti, vero? Per i bambini si. Ma per gli adulti?
18) Il bambino ideale è un mito, alimentato da televisione e mass-media vari. Il bambino viene “consumato” anche e soprattutto negli eventi di cronaca nera; essi fanno cassetta e tengono le scene per moltissimo tempo soprattutto quando ne sono vittime bambini.
19) Il bambino deluderà i genitori. Soprattutto se questi avranno fatto su di lui un investimento emotivo di prima grandezza: dovrà riuscire in tutte le cose in cui i suoi genitori hanno fallito, dovrà avere successo. Peccato che raramente le cose vadano così. Più spesso il pargolo otterrà risultati scolastici striminziti, faticherà a raggiungere obiettivi minimali, e tutta l’attenzione (o lo stress) a cui i genitori l’avranno sottoposto si rivelerà controproducente.
20) Troppe madri diventano madri-chioccia, ovvero persone che prima di essere donne, lavoratrici ecc. ecc. sono madri, e ne vanno pure fiere. Se lavorano prendono le loro vacanze in funzione delle vacanze scolastiche. Sul lavoro fanno notare che sono madri ogni tre per due, hanno pochissima cura di sé.
21) Spesso i bambini o i figli in genere vengono utilizzati come rassicurante simbolo di convenzionalità e moderazione; sono rari gli uomini politici – soprattutto quelli che diventano premier o presidenti – sprovvisti di prole. E’ inoltre inutile preoccuparsi troppo di essere buoni genitori, tanto le cose vanno come vogliono andare, e errori se ne fanno comunque.
22) I genitori vengono progressivamente espropriati delle loro competenze da una manica di esperti che fa di tutto per farli sentire inadeguati. Psicologi, puericultori, ecc. ecc. Gli esperti spiegano che i genitori devono lavorare molto per guadagnare molto e non far mancare nulla alla prole, ma allo stesso tempo devono passare molto tempo con essa, dialogare, ecc. Molto semplice e realizzabile.
23) La famiglia (in senso allargato) è spesso un covo di odi, rancori, aberrazioni, antipatie. La nascita di un figlio non libera da tutto questo. Parenti, genitori (i propri e quelli del partner) staranno di guardia e col fiato sul collo pronti a cogliere il benché minimo errore e a farlo pagare con gli interessi.
24) Una volta erano i bambini che cercavano di imitare gli adulti, adesso capita il contrario. Nell’abbigliamento, nell’oggettistica, nei modi di vestire, è pieno di adulti che tentano in tutti i modi di tornare all’infanzia (ad esempio collezionando le sorprese degli ovetti Kinder); a ciò si aggiungono anche i modi culturali, i film e i libri che parlano di bambini o di adolescenti, che ottengono grande successo anche e soprattutto tra gli adulti.
25) La famiglia spesso è la tomba dell’individualismo; i diritti e le esigenze degli individui che la compongono vendono tagliati per privilegiare quelli dell’ente “famiglia”, cosa che viene peraltro considerata molto meritoria e socialmente apprezzata. Procreare senza farsi domande non è altro che un modo per eludere la domanda cardinale sul senso della vita, ribaltandola peraltro sulla prossima generazione. La quale difficilmente farà pagare il conto a chi li ha preceduti, come accadde nel ’68 e in situazioni contestatorie analoghe, in quanto è perfettamente addestrata e strutturata per stare nel mondo che l’ha fabbricata.
26) Avere figli spesso significa rinunciare ai propri sogni. Il socialmente accettato e approvato sacrificarsi per la prole, rinunciando ai propri sogni di gioventù e alle proprie ambizioni (e magari pure un rinfacciarglielo) può essere un comodissimo alibi per arrendersi senza nemmeno averci tentato. A quante scelte esistenziali importanti – cambiare nazione, lasciare un partner per un altro o per vivere da soli, lasciare un lavoro sicuro per uno meno sicuro ma più gratificante – si dice no perché si hanno dei figli?
27) I genitori vogliono la felicità dei loro figli. Ma loro si sono mai chiesti cosa sia mai la felicità? E come fanno o possono volerla nei loro figli? Spesso poi questo volere diventa un’imposizione: vogliono che siano felici, e questo volere significa decidere per loro conto quello che è buono, e quello che non lo è. Peraltro, il mondo che i genitori preparano per i loro figli, per ragioni sociali, economiche od ecologiche sarà con ogni probabilità tutt’altro che un paradiso, dove le possibilità di essere felici saranno senz’altro molto più scarse di quanto fossero all’epoca dei loro genitori.
28) Occuparsi di bambini, oltre ad essere faticoso, è anche incredibilmente noioso. Oltre tutto le risorse per permettere ai genitori di continuare a fare una vita minimamente normale pur in presenza dei figli sono pochissime; un posto per il bambino all’asilo nido è merce pregiata, e così tante altre cose.
29) I bambini poi, quando è il momento, vanno a scuola. Ma la scuola non è affatto il posto dove socializzano e imparano a realizzarsi; al contrario è uno strumento di controllo sociale e di normalizzazione, per far diventare i futuri adulti come devono essere, non troppo intelligenti né troppo scemi. E guai a chi non si normalizza; prima c’è la sanzione, poi l’emarginazione.
30) I bambini che vanno a scuola devono fare i compiti. E spesso sono i genitori a farglieli fare, dovendo così ripercorrere tutto il loro vissuto didattico e perdendo, ovviamente, altro tempo. I bambini poi devono leggere perché la lettura fa bene. In realtà i grandi appassionati di lettura tendono a diventare contestatori, personaggi stravaganti e irrequieti, asociali, portati forse a pensare troppo. In fin dei conti la cultura non è altro che un piacevole accessorio che nel futuro sarà sempre meno utile.
31) Comunicare con il bambino serve a sviluppare la sua personalità, a farlo maturare, a permettergli di trovare il suo posto nella società… Bellissimi concetti, il cui valore è pari a quello della comunicazione aziendale, cioè prossimo allo zero. Ovviamente comunicare esclude qualsiasi obbligo, qualsiasi idea di coercizione e di imposizione. Così come in tutte le attuali forme comunicative, il “no” è escluso di principio, meglio il “forse”, il “vedremo”, il “ti faccio sapere”. Quindi il genitore moderno non deve far sentire voce e peso anche se il frugoletto fa cose a cui lui è assolutamente contrario. L’autrice, per aver preso a sberle il figlio che correva e urlava nella sala di lettura della biblioteca, era stata redarguita da una lettrice (io le avrei dato una medaglia, anzi avrei chiesto se cortesemente non autorizzava anche me a mollargliene due).
32) Il buon genitore deve essere sempre allegro e sorridente, deve saper declamare filastrocche sceme, deve divertire e far ridere il piccolo, deve esprimere gioia ed interesse davanti a qualsiasi attività del pargolo. Ovviamente deve essere un esempio positivo, quindi davanti al piccolo al genitore è interdetto qualsiasi atteggiamento riprovevole, tipo abbuffarsi di Nutella o mettersi le dita nel naso. Ancora meno mettersi a piangere perché l’amante lo ha piantato o perché non ha avuto la promozione in ufficio. In sostanza, il genitore è un attore che sta sempre in scena. Altrimenti il figlio viene su depresso, disturbato, disadattato e drogato. Almeno, così dicono i pedagoghi.
33) Discorso vecchio e risaputo, ma non per questo meno vero: le “gioie” dei figli ricadono soprattutto sulle madri, che pagano in termini di tempo e di energia il fatto che la specie umana debba perpetrarsi. Margherite Yourcenar e Simone de Beauvoir hanno consapevolmente rinunciato alla maternità per dedicarsi interamente alle loro attività intellettuali. Sarà un caso? E non c’è il rischio che la tanto desiderata maternità non sia poi, allo stato dei fatti, un comodo alibi per non impegnarsi altrove?
34) Discende dal punto precedente: almeno in Europa, per una madre la scelta tra maternità e carriera è un aut-aut. Non è che una donna non possa avere successo nel lavoro, ma faticherà sicuramente molto di più se avrà dei figli, per motivi di tempo, disponibilità e concentrazione. E’ stato calcolato che il danno economico prodotto dalla nascita di un figlio sulla carriera della madre ammonta a una cifra che sta tra i 100.000 e i 150.000 euro.
35) Il ruolo del padre non esiste più. Esiste un paternalismo a livello sociale, ma il padre che decide e comanda (nascita del figlio compresa) latita. La scelta di mettere al mondo il pargolo riposa ormai totalmente sulla madre; il padre, il più delle volte, la subisce.
36) Il bambino deve essere perfetto. Quindi massima attenzione e massima preoccupazione per la sua salute. Adesso che poliomielite, vaiolo e altre pestilenze non esistono più, sono in agguato altri rischi: l’obesità, le allergie, l’iperattività infantile (ovvero essere come tutti gli altri bambini, solo un po’ peggio). Il peggio è che il bambino deve rendere ai genitori l’investimento bestiale che questi fanno su di lui, quindi deve essere competitivo e vincente, così non li deluderà. Probabilmente solo un bambino da cui non ci si aspetta molto potrà crescere senza squilibri e tare psichiche.
37) I bambini sono pericolosi per gli adulti, nel senso che da un po’ di tempo a questa parte c’è la costante paranoia dei maniaci e dei pedofili, e per suffragare sgradevoli “verità” la parola dei bambini non viene nemmeno messa in discussione. Vi sono stati vari casi di caccia alle streghe scatenati da testimonianze infantili, a volte manipolate, a volte no, ma che comunque si sono rivelate false (anche se l’autrice non lo cita – ne cita vari altri – uno si verificò anche in Italia, a Rignano Flaminio). A volte i bambini sono consapevoli di avere nelle mani un’arma terribile e non si fanno scrupoli ad usarla. Attenti a dare una sberla a vostro figlio; rischiate di vedervi arrivare a casa la polizia dopo che lui vi avrà denunciato per violenze domestiche, o peggio.
38) Va bene, l’infanzia è bellissima. Ma la giovinezza? La mancanza di prospettive, di valori, di certezze, in cui vivono tutti i giovani di oggi, com’è? Finisce che poi il giovane rimane perennemente attaccato a un’idea idilliaca di infanzia, perché la realtà che ha intorno gli fa paura, essendo destinato a un’esistenza d’accatto, se non peggio.
39) Al mondo c’è troppa gente e troppi bambini. E’ vero che una Terra oculatamente gestita potrebbe nutrire degnamente tutti e anche di più, ma tanto si sa che la gestione oculata non ci sarà mai, e allora tutti dovrebbero capire che mettere al mondo un figlio nel mondo occidentale – quello che consuma e sperpera risorse più di tutti gli altri – è un vero e proprio crimine ecologico. Meno bambini, meno gente, meno affollamento nell’accesso alle risorse sociali, meno code sulle autostrade… nessuno ci ha mai pensato? (Paradossalmente quando ero piccolo io si parlava molto del flagello della sovrappopolazione che avrebbe trasformato la Terra in una specie di ascensore affollato di gente denutrita e affamata. Adesso sembra che questo non sia più un problema per nessuno. Perché? Chi l’ha deciso, e quando?)
40) L’ultimo punto del libro è il decalogo del bravo genitore, che va ovviamente rinnegato con fermezza: tuo figlio è più importante di te, devi trasmettergli valori come tolleranza e onestà che nessuno, lui per primo, rispetterà, devi volere la sua felicità, devi fare in modo che sia sempre massimamente occupato, devi essere un esempio ai suoi occhi, devi proteggerlo dal male che si annida in ogni dove, devi renderlo pronto ad adattarsi e a fare compromessi, non devi mai picchiarlo, devi parlargli sempre, devi essere e pensare positivo…
Segue una breve conclusione, in cui, a fronte di tutti quelli che ritengono maternità e procreazione un obbligo morale, viene legittimato il “preferire di no”. Infine, una breve bibliografia.
Come si può vedere, il provocatorio punto di vista di Corinne Maier parte da una visione individuale – no kid è bello perché permette di vivere meglio ed essere più liberi – per arrivare a fare un discorso decisamente più globale, in cui la scelta della non-procreazione diventa legittima ed estremamente responsabile anche e soprattutto sotto il profilo sociale ed ecologico. A questo punto chi sono gli egoisti, quelli che dicono no ai figli per continuare a godersi la vita e a disporre al cento per cento dei propri mezzi, spazi e redditi, o gli altri?
Poscritto. In Francia sta avendo un grande successo il monologo che una celebre attrice comica. Florence Foresti, ha portato in scena, su temi identici a quelli esposti dalla Maier. Dopo anni e anni in cui far figli, non essendo più una necessità economica, è diventato una specie di dovere morale, siamo finalmente al momento di un’inversione di tendenza? Sarà vero che all’estero stanno diffondendosi luoghi di ritrovo, spiagge,
spazi esplicitamente indicati come childfree? Troppo bello sarebbe che arrivassero pure da noi…
…Poscritto. Forse ho avuto troppa fretta nella premessa di questo post. In effetti qualcuno ha preso in considerazione il libro dopo che è uscito. In particolare, se volete farvi qualche risata, leggetevi No kid, un libro ripugnante. Se volete continuare a ridere, pensate che su un forum è nato il movimento Si kid in risposta al movimento No Kid (risposta preventiva, visto che non mi risulta che un movimento siffatto esista in Italia, e anche un po’ da ignoranti, visto che No kid è inglese e quindi il loro movimento avrebbe dovuto chiamarsi Yes kid). Se infine volete proprio ridere fino a farvi male, leggete le quaranta ragioni per avere figli che sono state collazionate sul sito di Avvenire.
Un'intervista a Corinne Maier (in francese)