Il sito Restrained Elegance e il lessico delle posizioni da schiava

Navigando su internet, ho scoperto casualmente (beh, più o meno) un sito dedicato al bondage e al S/M soft, "Restrained elegance". Come si può capire dal nome, abbiamo a che fare con un sito in cui la qualità delle immagini e anche l'eleganza e la bellezza delle soluzioni di contenimento prevalgono su qualsiasi altra dimensione. Personalmente non ci sono mai entrato dentro, quindi non posso che valutarlo per le apparenze esterne, ma non posso negare che queste apparenze siano estremamente interessanti e rassicuranti. Non è che voglio re6IMG_9078dcerto sminuire la stima e il rispetto che ho per il gruppo Kink, la sua comunità, l'estrema realtà degli eventi che vi vengono mostrati Ma, se c'è una riserva che devo manifestare, è che le ambientazioni, in aree gi cantiere, magazzini, officine abbandonate ecc. (che poi sono i vari locali dell'arsenale di San Francisco, da loro rilevato dallo Stato non senza polemiche), tutte alquanto sporche e polverose, non mi esalta, e trovo che a volte comprometta anche l'estrema bellezza e amabilità delle schiave. Niente di questo, pare, su Restrained Elegance.
Ma ho avuto un'altra sorpresa: ho scoperto una lunga pagina dedicata al lessico del BDSM, ad accesso libero, in particolar modo alle posizioni costrittive per le schiave, veramente molto ben fatta, nonché illustrata con splendide foto della splendida Ariel, schiava residente del sito e del webmaster (soprattutto master, visto il contesto).
E che ha anche dei piedi meravigliosi, tra parentesi, e sa di averli… Ovviamente è tutto in inglese, in futuro proverò a tradurre.
Buona visita.

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Un mistero svelato

Non è molto tempo fa, che chiudevo questo post  interrogandomi sull'identità di Pauline Réage, l'ineffabileDA%20dessin%2001_%20-%20copie autrice di Histoire d'O. Adesso mi sento un po' come quello che viene a scoprire per ultimo il proverbiale segreto di Pulcinella; molto scemo, in sostanza. Ho scoperto per puro caso che il vero nome e l'identità di Pauline Réage sono conosciuti, e non da oggi, tanto che pure Wikipedia ha delle voci in proposito (qui in inglese) (qui in italiano) (qui in francese): stiamo parlando di Dominique Aury, altro pseudonimo di Anne Desclos (e sembra proprio che questo sia finalmente il suo vero nome), nata nel 1907, morta nel 1998 (complimenti per la durata), famiglia borghese, amante dell'intellettuale Jean Paulhan. Fu proprio per smentire un'affermazione di quest'ultimo ("le donne non possono scrivere romanzi erotici") che, intorno ai quarant'anni, creò il noto capolavoro dell'erotismo. Ancora di più i fatti le dettero ragione sul lungo termine, dato che tutti gli autori dei migliori romanzi erotici, venuti dopo di lei, sono donne. Qui un post su di lei in un blog. Qui addirittura un blog dedicato a lei! Chissà se nelle interviste che ha rilasciato, verso la fine della sua vita, ha spiegato perché ha sentito il bisogno di scrivere quella specie di appendice chiarificatoria (anche troppo) che è Ritorno a Roissy, di cui abbiamo già parlato… 
Complimenti comunque per il lungo termine in cui il segreto è stato mantenuto; in un altro caso, di cui parleremo presto, le cose si sono rivelate molto prima. Stay tuned…

Libri: Ritorno a Roissy, di Pauline Réage

Non posso nasconderlo. Il romanzo “Histoire d’O” è stato uno dei testi, e degli episodi, che di più hanno segnato la mia storia, fornendomi un vero e proprio imprinting.
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            Non ricordo, di preciso, quanti anni avevo. Potevano essere dodici o tredici; diciamo che erano proprio quelli i giorni in cui stavo scoprendo la mia sessualità, e questa lettura provocò uno spettacolare corto circuito tra ciò che vedevo scritto e ciò che già provavo. Perché fu proprio questo quello che capitò: leggere un testo che diceva – e in qualche modo legittimava – quel qualcosa che già si agitava nel mio animo, quel piacere raggiunto attraverso la sofferenza e la dedizione, il cui terreno era già stato concimato nella mia infanzia dai racconti estatici delle suore da cui andavo a scuola; racconti di sante bambine, che – scusate se è poco – si mettevano sassolini nelle scarpe per ferirsi ai piedi e soffrire come Nostro Signore Gesù Cristo, per offrir lui la loro sofferenza. Racconti che, nonostante la mia infantile età, mi offrivano qualcosa di molto simile a quello che diversi anni dopo avrei chiamato erezioni, e non posso escludere che per le mature suore fosse molto diverso, visto il tono estatico e appassionato (di passione non strettamente mistica, temo) con cui ci propinavano quei racconti, come quelli più canonici della Passione.
 
            Histoire d’O lo trovai, dicevo, nascosto in una valigia piena di libri, prevalentemente scolastici, depositata nel ripostiglio sul balcone. Era un’edizione economica, anzi decisamente mediocre, genere romanzo pornografico da stazione, con in copertina la foto di una tipa nuda in spiaggia messa lì perché l’editore non aveva evidentemente trovato niente di meglio. L’autrice non era stata nemmeno qualificata con il suo nom de plume di Pauline Réage, bensì con un generico Anonimo (quindi avrebbe potuto essere un maschio, prospettiva che avrebbe fatto perdere al romanzo tutto il suo afflato fantastico femminile). Non mi posi molte domande su come il libro fosse arrivato in quella valigia (scoprii poi che ce lo aveva messo mio padre, chissà perché poi, e come lo avevo trovato io lo aveva trovato anche mia madre – leggendolo peraltro con sentimenti molto diversi dai miei, tra disgusto e repulsione). Ogni volta che potevo, quando non c’era nessuno in casa, correvo alla valigia, lo prendevo e mi ci immergevo.
 
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            Rimasi affascinato da quella lettura. La storia di O che si sottoponeva volontariamente alla frusta e ai supplizi per il piacere del suo amante e quindi anche suo; che concedeva agli uomini tutte le parti del suo corpo (con descrizioni sempre rigorosamente prive di volgarità); che trovava nel castello di Roissy (nome che non avrei più potuto sentir pronunciare – mi pare ci si trovi anche un aeroporto di Parigi – senza che nella mia mente affiorasse un sorriso malizioso) una comunità di raffinati aristocratici erotomani e di schiave come lei, dove veniva fatta vestire con raffinati abiti vintage, dettagliatissimamente descritti; che praticava il sesso anche con altre donne con la più scontata e totale naturalezza: tutto questo non potè far altro che dar corpo e sostanza ai miei desideri, alle mie fantasie. Fantasie che ben presto si rivestirono di altri corpi, ben meno fantasmatici di quello di O – prevalentemente mie compagne di scuola, o, con piacere ancora più grande, professoresse. Sempre con loro a chedere la frusta e il supplizio, e io che munificamente la “somministravo” (termine medico mutuato dal romanzo).
 
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            Più o meno nello stesso periodo trovai, sempre in giro per casa, un vecchio numero dell’Espresso riportante alcune grosse fotografie del film che Just Jaeckin aveva tratto in quello stesso periodo dal romanzo, con Corinne Cléry nella parte di O (da cui sono tratte le foto che illustrano questo post): altra carne al fuoco delle mie fantasie, ma poco o niente rispetto a quello che traevo dal libro. Il film, moltissimi anni dopo, l’ho pure visto, e per quanto bello e curato, per non diventare un prodotto pornografico (con tutte le penalizzazioni, anche legali, del caso), come capita sempre alla cinematografia tratta da soggetti erotici, aveva dovuto cedere ad un drastico ridimensionamento del coefficiente di visibilità sessuale. E in ogni caso aveva grandemente tradito il finale, con O che – nel film – prende un inspiegabile sopravvento dominatorio sul suo padrone Sir Stephen.
 
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            Tempo dopo – ero già all’università – ricomprai il libro, questa volta in un’edizione ancora economica ma meno ghettizzante di quella precedente (che non avevo più trovato, probabilmente era stata buttata via da mia madre), della Bompiani, e mi ci rituffai nella lettura, una, due, moltissime volte. E’ sicuramente uno dei libri che ho più riletto, e sempre con la stessa emozione, riscoprendone  particolari nuovi. Dopo di questo ovviamente lessi moltissimi altri romanzi e racconti erotici, cominciando poi anche a scriverne, ma solo di Histoire d’O posso dire che sia stato per me il romanzo di una vita. Vita che mi riservò un altro splendido regalo quando conobbi una bellissima ragazza che mi confessò che lo era stato anche per lei – vicenda di scoperta casuale quasi identica alla mia – e, per il troppo breve tempo in cui fummo amanti, mettemmo anche in campo qualcuna di queste fantasie.
 
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            E’ quindi con palese vergogna che ammetto di aver comprato soltanto di recente il seguito di Histoire d’O, di cui peraltro conoscevo l’esistenza, Ritorno a Roissy. Un romanzo brevissimo, quasi un’appendice al precedente, come ipotizza tale Peyre de Mandiargues, nella postfazione. Romanzo di cui forse la parte più preziosa è l’introduzione, in cui Pauline Réage, o meglio colei che si nasconde sotto questo pseudonimo mai svelato, prende la parola, e racconta di come Histoire d’O fosse nato come gioco erotico tra lei e il suo amante: la scrittura notturna di lei, dare corpo – primo corpo – e parole alle sue fantasie,  le letture col suo amante, e poi l’ispirazione dei personaggi e dei luoghi. Un gioco erotico che avrebbe creato un paradigma a cui si sarebbero rifatte centinaia di altre opere e di amanti nei loro giochi, ancora più sorprendente per il fatto che la Réage non aveva mai letto nulla di De Sade., e quindi questi desideri e fantasie di sottomissione e di sofferenza erano tutti "farina del suo sacco".
 
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            Il romanzo Ritorno a Roissy, invece, è stato un po’ deludente. Non per l’altissima qualità della scrittura e per il suo coefficiente di erotismo, pari al precedente. Ma perché sembra che in esso si sia voluto volontariamente sgonfiare quell’afflato di straniamento sognante, di mondo realissimamente fantastico che informava il primo, con le sue amanti splendide e senza perché, i suoi signori padroni belli e misteriosi, i suoi ambienti sospesi in un tempo senza tempo. Qui si viene a sapere che Roissy non è altro che un bordello d’altissimo bordo, dove le “schiave”, di cui permane tuttavia l’autentica devozione, vengono concesse a soci e ospiti paganti; e che il misterioso Sir Stephen non è altro che un trafficante in commerci internazionali poco puliti. Verso la fine, con il misterioso omicidio di uno degli ospiti della casa, la storia si tinge pure un pochino di giallo.
 
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            Chissà perché questo tentativo di azzeramento (riuscito peraltro molto male, dato che di Histoire d’O si continua a parlare, di Ritorno a Roissy molto meno). Dubito che la Réage, chiunque essa sia o sia stata, vorrà spiegarcelo.

Libri: Contratto di schiavitù, di Tatiana Carelli

Sembra che quello del disagio e della precarietà lavorativa, negli ultimi tempi, stia diventando un vero e proprio genere letterario, e sarebbe molto bello che fosse solo questo, e non una discutibile realtà. Peraltro in questo blog abbiamo già esaminato vari testi in qualche modo correlati a questo argomento; Pornoromantica prima, poi Mi vendo (quest’ultimo, poi, simpatico come racconto ma per certi aspetti veramente deludente, quando si scopre che il contratto proposto da Saradisperata – una notte di sesso contro un lavoro fisso – non è altro che una mera provocazione, là dove già si sperava di trovarsi di fronte ad una Belle de Jour italiana; non solo, la fanciulla dice pure no a un tipo, peraltro già collaudato sessualmente con soddisfazione, che le propone un’ammucchiata in una jacuzzi, non ci sono parole…)
 
carelli2Transeat. Adesso parliamo di questo libro, “Contratto di schiavitù”, scritto da una nostra vecchia conoscenza, Tatiana Carelli, di cui parecchio tempo fa avevo letto, con apprezzamento, simpatia e anche un po’ d’invidia, “Discocaine”. Era quello un bellissimo racconto, scritto meravigliosamente bene, di una ragazza che si guadagna da vivere facendo la cubista in discoteca, e che raccontava tutto il suo muoversi, o meglio essere trascinata, nel mondo delle discoteche, dei pierre, degli organizzatori di eventi; vita che le lasciava veramente poco tempo e voglia per fare qualcosa che non fosse questo continuo star dentro la notte. Un contesto, una girandola di situazioni e di emozioni che diventava essa stessa una droga, più che la cocaina che – ça va sans dire – nuvoleggiava un po’ dappertutto. Sesso ovviamente ce n’era, ma non era il motivo portante del racconto; colpiva invece una certa qual aura sensuale tutta al femminile, di una donna che vende la sua immagine agli uomini ma gode nel guardare e toccare altre donne, in un contesto in cui gli uomini erano sostanzialmente accessori, utili a mettere in piedi e a far funzionare la girandola degli eventi e delle notti, ma tolto questo, del tutto superflui, anche al piacere.
 
In questa seconda prova letteraria, la situazione è del tutto differente. Qui si parla di una ragazza che, suo malgrado, si trova ad esercitare il ruolo di schiava; ma attenzione, non su uno scenario di stampo BDSM, bensì – e qui ci ricolleghiamo al discorso di cui sopra – in un bar. La sua schiavitù, difatti, è quella di una aiuto barista che viene sfruttata aggratis dal suo capo, che le fa fare tutto quello che lui non fa – preparare da mangiare, pulire i cessi, mettere dentro e fuori i tavolini, eccetera – e che sistematicamente le nega qualsiasi compenso. In questa cornice, a spizzichi e bocconi appaiono le storie di altri personaggi. Copio dal risvolto di copertina: “l’infermiere, che ha una vera e propria passione per la carne; Tom, il ragazzino spacciatore, che preferisce il computer alla sua ragazza; il Centauro, ossessionato dalla vita monastica e dal vino. E poi ancora Dick il cameriere, la ottantenne palestrata, l’ispettrice Reversi, e infine Ella, la “maestra di vita”. Quello che in fondo tutti sembrano cercare è solo un modo per essere liberi, un modo per sfuggire al proprio personale “contratto di schiavitù”. Ma si può davvero essere liberi? E liberi da cosa, poi? Dalle gabbie nelle quali ci chiudono gli altri oppure da noi stessi?”
 
carelli1Ecco. Per capire queste cose ho avuto bisogno di leggere il risvolto di copertina, cosa che ho fatto come d’abitudine rigorosamente solo dopo la lettura del volume. Forse sono io che non riesco ad abituarmi agli stilemi narrativi puntillistici di tanta letteratura moderna, ma la narrazione personalmente l’ho trovata terribilmente frammentaria; tutti questi personaggi, effettivamente, ci sono, le loro storie vengono in qualche modo radiografate dagli occhi della barista-schiava e qua e là qualche momento di racconto particolarmente riuscito c’è. Ma nell’insieme sembra che qualcosa manchi; forse un po’ più di tessuto connettivo, forse un’esperienza, come quella del primo libro, vissuta in prima persona (Tatiana ha più d’una volta ribadito che l’io narrante del primo libro non è lei, che sebbene abbia fatto effettivamente la cubista quello non era un racconto autobiografico. Sarà, ma quel libro, pure assai estremo, è molto più coerente e credibile della galleria di personaggetti iperreali che costituiscono questo, peraltro senza nemmeno amalgamarsi bene in una storia di senso compiuto). Unico personaggio che viene descritto con tono positivo, Ella, una donna che si è scoperta quasi per caso una vocazione da mistress ed offre una via d’uscita alla protagonista-io narrante Vita, che la coglierà alla fine della storia, dopo che proprio il suo padrone-barista, quasi senza volerlo, l’avrà liberata dai ricatti dell’ispettrice Reversi, che aveva barattato un’omessa denuncia a Vita con dei favori sessuali.
Non molto altro da aggiungere. Questo libro purtroppo manca di un’idea forte, o meglio l’idea c’era ed era carelli3pure buona – la schiavitù come metafora, quella del lavoro verso il barista, del sesso verso la poliziotta – ma non mi sembra che sia stata svolta nel modo migliore. A volte mi viene il sospetto che certi racconti-cornice come questo, dentro cui si sgranano tante situazioni che non hanno nulla a che vedere le une con le altre, nascondano una certa quale incapacità di creare un intreccio forte e coerente. Considerato comunque che Tatiana qualcosa di buono lo aveva già fatto e che questo secondo libro non sembra essere stato frettolosamente buttato fuori sulla scia del primo per cavalcare il successo, voglio sperare che in futuro sia in grado di riservarci qualcosa di meglio, anche visto che lei oggi non è più la ragazzina cubista di un tempo ma una signora quasi quarantenne – peraltro bellissima, come da foto – che si occupa d’arte.
 
Ultima annotazione: ma i libri della collana Strade Blu Mondadori, devono per forza essere pubblicati su una cartaccia spessa e porosa che nemmeno i macellai di quando ero piccolo usavano per avvolgerci la carne, e con le pagine tutte disallineate come se fossero state tagliate col tagliacarte?
 
 

Leone Frollo

Come disegnatore e fumettista, Leone Frollo non ha la notorietà propria, ad esempio, di un Milo Manara. Ma le sue opere erotiche – quelle che ci interessano qui, dato che è stato anche un apprezzato autore di fumetti western o di guerra - sono molto particolari, e molto ricercate dagli amanti del genere. Innanzi tutto per l’ambientazione, dallo stile inizio Novecento, tra il decorativo e il decadente. Le prime volte che mi capitò di vederne, pensai immediatamente che si trattasse di un illustratore erotico coevo a D’Annunzio , (il quale peraltro avrebbe sicuramente apprezzato assai), ma invece Frollo è nato nel 1931, a Venezia, dove evidentemente, oltre al vetro si forgiano anche grandi disegnatori (due nomi, tanto per gradire: Hugo Pratt e Romano Scarpa). E poi per l’accento marcatamente lesbico e BDSM che emerge dalle sue tavole, in cui splendide donne si offrono l’un l’altra teneri supplizi. Casualmente, ho trovato un libro di sue opere su una bancarella, e l’ho fatto mio a modico prezzo; ne invio qui qualche foto, sperando che tra qualche giorno il salone del libro – e l’accluso salone del fumetto – mi offrano qualche ulteriore sorpresa.

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Alcuni link:

una breve intervista

un lungo articolo in francese

 

Un bel regalo

Fin dai primordi delle mie navigazioni, quando ero imbarcato su un modesto modemino a 56 K in commutata, avevo trovato, sparpagliato qua e là, parecchio materiale di un sito molto particolare: Fuckingmachines. Si tratta, come dice il suo nome, di un sito in cui la “parte dell’uomo” è sostenuta da appositi surrogati meccanici: attenzione, non gli ormai comunissimi dildo vibranti che ormai, a momenti, si trovano pure in edicola allegati alle riviste femminili, bensì apparecchi un filino più complessi. Quello che stupisce, come si rifletteva qualche tempo fa con A woman a man nel suo blog, è il fatto che le donne – siano esse tenere dilettanti o scafatissime pornostar – che si sottopongono a questo tipo di trattamento paiono trarne grandissima soddisfazione, decisamente più di quando i loro “coadiuvanti erotici” sono in carne ed ossa. E, dato che “vedere una donna che orgasma” (cfr. Elio e le Storie Tese) fa sempre piacere, ça va sans dire che ho sempre grandemente gradito quel sito, sia pure solo attraverso il materiale, come dicevo, trovato in giro per la rete o reso disponibile dallo stesso sito in forma di demo.
 
Ma qualche giorno fa ho avuto una bella sorpresa. Assieme alla consueta badilata di spam, mi sono trovato nella casella di posta una e-mail da parte di Kink.com, la casa di produzione che gestisce Fuckingmachines nonché altri siti di carattere BDSM. In essa mi veniva ripetutamente chiesto scusa per una e-mail che mi sarebbe stata spedita per errore qualche giorno prima, relativa a una sottoscrizione che non avevo mai fatto (e infatti l’avevo ricevuta ma, essendosi persa nello spam di cui sopra, non l’avevo manco guardata); e, come indennizzo e in segno di scuse, mi veniva offerta la possibilità di fare una sottoscrizione omaggio di cinque giorni a costo zero a un sito Kink a mia scelta, cliccando sull’apposito link contenuto nella e-mail.

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Essendo prudenza buona consigliatrice, ho analizzato ben bene la e-mail per essere sicuro del mittente; poi ho cliccato sul link facendo bene attenzione all’eventuale apparire di richieste di dati personali o di abbassare il livello di protezione del browser, o simili. Niente di tutto questo: un radio button per scegliere il sito preferito, campi per inserire username e password, un clicca per conferma e poi una schermata di ringraziamento. Inutile dire quale sito ho scelto. Non è che gli altri siano poi male, però… Devo dire che il gruppo Kink è un posto abbastanza anomalo nell’universo della pornografia, telematica o meno. Tanto per cominciare risiedono a S. Francisco, posto assai libertario, sessualmente parlando, come ben si sa; poi la loro politica non è tanto quella di vendere prodotti, ma di organizzare una vera e propria community di appassionati, con la possibilità di interloquire con master, mistress, modelli e modelle via forum, discutere le situazioni e le rappresentazioni, offrire consigli; e soprattutto si fanno un punto d’onore di coinvolgere solo soggetti che credono veramente in quello che fanno e lo fanno – primariamente – per il piacere, loro o dei loro partner. O, perché no, di chi li guarda. In questo senso non c’è mai niente di finto o di troppo scenografico, come accade spesso su siti sedicenti BDSM: anche le pornostar, che magari altrove si presentano truccatissime e artificiose, qui sono gustosamente “acqua e sapone” e mettono in scena primariamente loro stesse, il loro dolore e il loro piacere. Oppure mostrano apertamente tutto quello che succede dietro le scene, con accurati documentari in cui i soggetti parlano di sé stessi, di quello che fanno, di cosa provano.
 
Il giorno dopo, nella posta mi sono trovato un’altra e-mail con la dichiarazione che l’account omaggio era attivo: ho inserito username e password e… miracolo! Ero dentro. Cinque giorni in Paradiso, o quasi.
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Libri: die Schule des Gehorsams, di Ruth Fox

 
Ho comprato questo libro in seguito ad un equivoco. Ero in vacanza in un paesino dell’Austria, e in un supermercato ho scoperto – vicino ai libri per bambini, peraltro – un intero espositore pieno di romanzi erotici, pubblicati dalla Rowohlt, una delle più importanti case editrici tedesche. Sulle prime ho pensato si trattasse sicuramente di libri “porno-chic”, chi conosce il genere sa cosa intendo: storielle molto patinate ed artificiose, sempre ambientate in scenari di alto livello, descrizioni standardizzate e poco coinvolgenti, schuleclasse, bellezza e poco altro. Ma ho deciso lo stesso di comprare un paio di libri, per vedere dove la letteratura erotica, in terra di Germania, stesse andando a parare.
 
E solo a casa mi sono reso conto di aver commesso un grosso errore di prospettiva. Questo è sì un romanzo erotico, ma la traduzione di un testo inglese, “King’s Pawn”, pubblicato dall’editore inglese Black Lace (l’equivalente albionico, evidentemente, del nostro Pizzo Nero). Così niente excursus nell’erotismo Made in Germany, bensì una scontata visita in terre d’oltremanica, con la bizzarria supplementare di vederle scritte in lingua tedesca. Un romanzo piuttosto massiccio, oltretutto, visto che consta della bellezza di trecentoventi pagine, peraltro scritte piuttosto in piccolo.
 
Va bene, mi sono comunque apprestato alla lettura. Ecco, in breve, la storia e le mie impressioni.
 
L’ambiente, quasi come previsto, è decisamente porno-chic. Una ragazza di poco meno di trent’anni di nome Cassie, ovviamente bella ed elegante, ovviamente manager di una non meglio specificata impresa, durante un viaggio in treno legge su una rivista un articolo sulle pratiche sadomaso e ne viene incuriosita ed eccitata. Al punto che decide, con l’aiuto di un’amica complice (la quale amica, dopo questa fase introduttiva, scomparirà completamente dal resto del libro) di inserire un annuncio su una rivista specializzata, offrendosi come “allieva” a un master desideroso di istruire una principiante (e a questo punto sono andato a vedere l’anno della prima pubblicazione in Inghilterra. 2002: possibile che con Internet già ai massimi livelli ci fosse chi cercava ancora contatti su riviste cartacee? Boh.) Non solo al primo colpo trova il master che cercava, ma trova anche un’altra ragazza, Becky, che le scrive dicendo che desidera conoscerla e incontrarla. La incontra, e subito finiscono a far sesso insieme (?), cosa che non viene nemmeno descritta con particolare dettaglio, limitandosi a dire la protagonista-io narrante quanto sia dolce e bello fare sesso con un’altra donna (OK, ci crediamo, ma qualche parola in più non avrebbe guastato, tanto più che è la prima volta per entrambe). Infine finalmente compare il master, Herr König nell’edizione tedesca, Mister King in quella inglese. Ed a questo punto la qualità della storia si risolleva decisamente: la descrizione dell’incontro con questo personaggio e di tutto quello che lui le fa, lei bendata e consenziente, è molto dettagliata ed avvincente, soprattutto per la posizione di “soggettiva” dalla parte di lei.
 
Ma la storia deve andare avanti. Cassie e Becky partono per alcuni giorni in un cottage di campagna. Cassie racconta a Becky la sua esperienza con Mister King, e Becky le dà dapprima della pazza incosciente, poi viene molto intrigata dalla vicenda, al punto che chiede all’amica di sculacciarla. Cassie non solo la sculaccia, ma poco dopo la sodomizza anche col pugno (?) con reciproca soddisfazione.
 
A questo punto uno si aspetta che Cassie sarà la mistress e Becky la slave, salvo la prima essere a sua volta slave di Mister King – situazione invero piuttosto interessante; immediatamente dopo, inspiegabilmente invece il rapporto tra le due si capovolge. Non solo senza colpo ferire Becky passerà al ruolo di mistress e Cassie a quello di slave (ruoli che non saranno più scambiati nè messi in discussione per tutto il romanzo), ma le due si scoprono reciprocamente innamorate e decidono quasi subitaneamente di andare a vivere insieme a casa di Cassie. Non solo: nella mansarda attrezzano una “sala giochi” andando a comprare tutto il necessario a Londra e affidandosi al consiglio di esperti commercianti. A questo punto un bel pezzo del libro potrebbe essere il catalogo di un sex-shop, dato il dettaglio della descrizione dei vari prodotti, oggetti d’arredamento e abbigliamento s/m: catene, corsetti, tute in latex, falli vaginali e anali, maschere e quant’altro. (Tutta oggettistica che, detto tra noi, trovo un po’ ridicola; personalmente ritengo il BDSM molto più un gioco di situazioni e di azioni che non di scenografie; trovo che ci sia molto più erotismo in un Rocco Siffredi che alternativamente bacia e schiaffeggia – forte – la sua partner, entrambi nudi come mamma li ha fatti, che in tutte le catene e i corsetti di questo mondo e anche degli altri).
 
Andiamo avanti. La storia continua in una sequenza di sessioni BDSM tra Becky e Cassie, o tra Cassie e Mr. King, in linea di massima abbastanza ben descritte; sia Becky che Mr. King fanno partecipare anche altri uomini. Al termine del romanzo Cassie, bendata come al solito, circondata e suppliziata da Mr. King insieme a vari altri uomini scopre che lui e Becky si conoscono. A questo punto uno immaginerebbe che i due si conoscessero fin dall’inizio e avessero architettato tutto insieme, invece la spiegazione è molto più banale, Becky sarebbe andata da Mr. King prima del loro ultimo incontro, non è chiaro con quale scopo, e avrebbero preso accordi per l’ultima sessione, al termine della quale a Cassie viene imposto un doppio piercing alle labbra della vulva, con il sigillo di Mr. King (citazione evidente da Histoire d’O). Inoltre, Mr. King fa parte di un circolo di master, “il club degli scacchi”, che sono quelli che sottopongono Cassie ai supplizi finali prima di restituirla, esausta, perforata e felice, alle braccia di Becky.
 
Cosa m’è piaciuto di questa storia? Le descrizioni dei “momenti topici”, per così dire. Cosa non m’è piaciuto? Praticamente tutto il resto. La situazione è troppo irreale per essere credibile, ed è raccontata senza il minimo approfondimento psicologico, mettendo il lettore di fronte a una sequenza di immagini e sensazioni che, per quanto ben descritte, lasciano veramente poco. Se voglio gustarmi delle immagini, personalmente preferisco guardarmi un bel video porno; ad un romanzo erotico chiedo di più, in primis l’approfondimento psicologico dei personaggi, la spiegazione delle scelte e delle situazioni, la profondità emotiva. Scoprire il BDSM a ventotto anni grazie a una rivista? Finire a letto con una ragazza la prima volta che la si incontra senza mai aver avuto intenzioni o tendenze lesbiche? Porsi dapprima come mistress e poi scivolare istantaneamente nel ruolo di slave senza un perché, e restarci? Vivere questo ruolo in una maniera molto “iconica”, tutto dark room, corsetti, bende e manette, come se la scenografia da sex-shop fosse più importante dei fatti e degli stati d’animo? E poi, in cosa consiste “la scuola dell’obbedienza”? La protagonista sembra perennemente a suo agio nei panni della slave, non “impara” proprio niente. No, non sta in piedi. (Per quanto, devo dire che le situazioni lesbiche nei romanzi inglesi, anche non erotici, sono abbastanza comuni e sempre vissute con sorprendente spontaneità: oltre al bellissimo “Diario di una squillo perbene” di Belle de Jour c’è anche “Contro natura” di Jenny Diski, o “Senza pudore” di Helen Walsh; e ovviamente non dico di Janette Winterson, grandissima scrittrice e lesbica – guai a definirla “scrittrice lesbica”).
 
Torniamo a noi. A latere di questa lettura mi sono riletto per l’ennesima volta Dolorosa soror, di Florence Dugas, quello che per me è il più bello, emozionante, commovente, struggente, malinconico, triste, eccitante, angosciante, straziante romanzo BDSM che sia mai stato scritto. Beh, qui siamo a un altro livello. A tutt’un altro livello. Eppure hanno solo vent’anni, e non sono manager.
 
“Fortunati, fortunati gli orfani dalla nascita,
fortunati i conti già chiusi,
le colpe soffocate nella culla,
i dolori che si limitano a un unico primo grido…”

Il sito "Racconti e poesie"

Stavo cercando informazioni a proposito di Florence Dugas, la scrittrice erotica francese (sul cui conto, peraltro, ho trovato veramente pochino, manco Wikipedia francese m’è venuta in aiuto, veramente strano) e mi sono casualmente imbattuto in questo sito, che ho trovato veramente interessante.

Non pensate strano, anche visto il mio precedente post: non ho deciso di virare ex abrupto la sottile 2005_05_16spiritualità erotica che avvolge il mio blog  verso seriosi contributi sociologici e letterari. Infatti questo sito è veramente interessante: a cominciare dalla sua grafica decisamente "retrò", ovvero stile anni Novanta (che, in termini internettiani, è come dire due ere geologiche fa) in HTML puro e con i frames; in quest’epoca di bloggherie, raffinatissimi templates e pagine dinamiche è veramente cosa rara. Poi, anche e soprattutto i contenuti: una selezionatissima collezione di testi letterari (tra cui anche una pagina di Florence Dugas, e questo spiega l’indicizzazione da parte di Google, al primo posto poi - poco oltre, vivaddio, c’è il mio sito Anacreonte Homepage ) e di raffinate immagini; in tutto ciò l’aspetto erotico non è esclusivo, ma sicuramente ha una bella prevalenza. Il sito è opera di una coppia, Paulo e Medusa, che fornisce anche i propri contributi letterari, sia erotici che non. Trovo molto bello il fatto di diluire l’erotismo in un contesto non erotico, in quanto si crea una sorta di contaminazione: quello che non è erotico tende a diventarlo, quello che lo è diventa – anche - emozione e cultura. Inoltre, altro aspetto fortissimamente apprezzabile è il fatto che l’erotismo di Paulo e Medusa si colori spesso di tinte BDSM, sia nelle parole che nelle immagini: leggetevi, per esempio, questa poesia o quest’altra o questo racconto (di Medusa)…

E poi ci sono le immagini: sia foto che disegni o dipinti, sia "classici" (Rembrandt, Picasso, ecc.) che moderni, o fantasy. Anche qui molto erotismo, ma non solo. Tra gli altri, ho scelto quello che pubblico in questo post – un’evidente citazione del manifesto del film "Soldato blu" – non perché sia il migliore (sicuramente nel sito ne troverete di più belli) ma perché è legato a un ricordo bello e tenero. Anche se non posso dire quale…

Risposta ad un post di Ambra Calda

Nel suo blog, Ambra Calda ha posto un’interessante questione:

(…) Ora cambio radicalmente argomento, perché ho una specie di sondaggio da proporvi, che riguarda soprattutto gli amanti dei piedi femminili e dei tacchi altissimi. La domanda è semplice: cosa provate quando vedete un tacco alto?
 
La “controversia” è sorta nel blog di Manuele (http://cucketrav.splinder.com ), ma ancora non è arrivata una risposta universale ed accettabile al quesito posto qui sopra.
 
Penso che sul fatto che il tacco alto slanci le gambe e regali un’andatura sensuale non ci sia molto da aggiungere, ormai è cosa nota, ma come ha fatto notare giustamente il nostro amico fbianki, perché alcuni uomini si eccitano anche se la scarpa con tacco altissimo appartiene ad una donna seduta? Che magari indossa anche dei pantaloni larghi che non mettono in risalto le forme sinuose del suo corpo? E se la donna in questione ha delle belle scarpe ma il resto è poco attraente?
 
Io personalmente ho iniziato ad amare le scarpe prima solo a livello estetico; solo successivamente, a causa di un incontro con un feticista del piede, ho capito che le nostre estremità sono armi di seduzione spesso dimenticate, ma potentissime. E’ raro che io esca senza tacchi alti, non solo quando lavoro, e noto spesso gli occhi degli uomini fissi sui miei piedi, e questo mi piace molto.
Ma da cosa nasce questa dolce ossessione per tacchi a spillo e scarpe sensuali? Qual è secondo voi la scarpa più sexy per una donna? Stivale? Decolleté? Sandalo con lacci alla schiava? Io li ho tutti, quindi parlate liberamente! (…)
Ecco la mia risposta:
                   Ciao Ambracalda, è il primo post che scrivo nel tuo blog, ma non posso fare a meno di dire la mia su un argomento così stimolante…
                  Cosa rispondere? Cosa provo? Semplice: una notevole intensificazione del piacere che nasce dal vedere un paio di bei piedi attaccati a una bella ragazza. Per me, il fatto di provare attrazione erotica per i piedi femminili è sempre stato un elemento costante fin dalla più tenera età (non scherzo, in origine erano i piedi, poi, con la pubertà, sono venuti i seni, i culi eccetera…) tanto che mi risulta difficile credere che al mondo ci possano essere uomini totalmente indifferenti ai piedi femminili; mi è più facile pensare a una specie di autocensura collettiva, e a una tendenziale “delocalizzazione” della zona erogena, nel senso che spesso invece di dire “che piedi arrapanti” si preferisce dire “che gambe da urlo”, che fa meno strano.
               Il discorso relativo alle gambe slanciate e all’andatura sensuale è sicuramente vero; ma non c’è solo quello, sicuramente. Secondo me, c’è anche una componente sessuale molto netta di tipo sadomaso. I tacchi alti sono innaturali, possono dare fastidio, rendono difficoltosa la camminata; l’uomo trae piacere dalla contemplazione di questa difficoltà e sofferenza, mentre la donna, più direttamente, può esserne eccitata, o forse vive specularmente l’eccitazione degli uomini che la contemplano; in qualche misura soffre per la sua bellezza e questo le piace. Oggi sono le scarpe coi tacchi a produrre questi effetti; nel passato (ricordo di averlo letto diverso tempo fa su un libro che forse si intitolava “Il corpo incompiuto”) pare che  nel vicino Oriente le donne usassero portare cavigliere unite tra loro da una corta catenella che inibisse la lunghezza e la libertà dei passi, e gli uomini trovavano questo uso estremamente arrapante; una citazione letteraria di questa abitudine è contenuta nella Salammbò di Flaubert. E non parliamo dei terrificanti piedi cinesi deformati, tradizione durata molti secoli e cessata non per disuso, ma per legge.
                Curiosamente esiste anche una specie di capovolgimento “teatrale” di questo atteggiamento: nella simbologia sadomaso, il tacco alto è quello che contraddistingue la “mistress”, sia che eserciti la sua dominanza su uomini, sia su altre donne. A rigore, ad essere “coercito” a una camminata difficoltosa dovrebbe essere lo schiavo/la schiava, ma probabilmente in questo campo subentrano altre dinamiche, la fantasia del tacco che calpesta e che ferisce, la differenza di altezza che accentua il rapporto dominanza/subordinazione, la dinamica piede calzato/piede nudo, da sempre quest’ultimo simbolo di sottomissione e schiavitù, eccetera…
                Per finire: cosa mi piace? Questo è facile: qualsiasi tipo di calzatura che permetta la vista più ampia possibile del piede, meglio ancora se quest’ultimo è “al naturale” e non infilato in una calza. Bene quindi i sandali, meglio ancora se liberi al tallone, in quanto ciò aggiunge una ulteriore difficoltà al camminare  , OK anche le decolleté, invece gli stivali, se a tacco altissimo, non è che mi lascino del tutto indifferente, ma in verità mi dicono molto poco. Una cosa, comunque, è certa: il tacco alto aggiunge molto al fascino di una donna altrimenti non particolarmente attraente, e soprattutto segnala il fatto che una donna vuole essere attraente, con tutto ciò che questo comporta o significa. Morgana aveva scritto molto, con intelligenza e sensibilità, sulle sensazioni psicologiche, fisiologiche ed emotive che i tacchi alti possono portare alla donna che li indossa.
 
 Ciao, Anacreonte.

Libri: Vuoi giocare con me? Divertimenti e giochi per stuzzicare l’amore. Di Dominique Saint-Lambert. Editore Piemme

 
                Ho trovato questo libro su una bancherella, e non me lo sono lasciato scappare, vista anche la piacevolezza della copertina; a proposito della quale, bisogna dire che, al di là del contenuto dei libri, gli editori devono aver scoperto che piedi in copertina = aumento delle vendite, dato che ogni volta che si fa un giro in libreria, è inevitabile venire attratti da uno o più libri che a questo soggetto dedicano le loro copertine (e spesso solo quelle, purtroppo).
 
                Quello dei giochi erotici di società è un vecchio tema. Generalmente si pensa sempre allo strip-poker, più per averne sentito parlare che per averlo veramente praticato; tuttavia questo libro insegna come una buona parte, se non tutti, i giochi di società o da tavolo possono diventare oggetto di maneggi erotici. Quindi la dama, i dadi, il domino, le carte, il porsuit, il gioco dell’oca, la caccia al tesoro, eccetera. Come era un gioco erotico quello di cui ho raccontato io stesso in “Lisa o la cavigliera tintinnante”, in cui l’alea era rappresentata dai voti ottenuti agli esami universitari.
 
                Sono sicuramente tutte idee buone, molto buone. E ancora migliore è l’idea che ci si possa inventare da soli i giochi erotici, in base ai propri desideri, alle proprie fantasie, alla propria voglia di sperimentare. Infatti ciò che afferma questo libro è che qualsiasi gioco di società può diventare erotico, basta crearsi un sistema di regole e di penitenze ad hoc.
 
                Certo è che la maggior parte dei giochi proposti, se non tutti, hanno una cospicua componente sadomaso. Molte delle penalità previste in caso di errore o di svantaggio hanno un aspetto moderatamente corporale (sculacciate, bacchettate sul sedere, sulle mani, leggeri schiaffi sul viso, mani o piedi legati, bende, posizioni scomode, a volte perfino mollette da bucato ai capezzoli); ad esse si aggiungono (e dal mio punto di vista sono decisamente peggio) umiliazioni psicologiche, peraltro comuni anche in giochi di società “non erotici”, come cantare una canzone, fare il cane che riporta un oggetto o chiede un osso, e cose del genere. Nello stesso tempo, le penalità non sono mai troppo “spinte” sessualmente; non si richiede mai di prendere il bocca il sesso di un altro giocatore, o cose del genere (fermo restando che, come dice l’autore, tutti i giochi possono essere resi più o meno sessualmente “spinti” a seconda dei desideri e delle disponibilità dei giocatori).
 
                Tutto molto simpatico, divertente ed eccitante, quindi. L’unica riserva riguarda il fatto di quali siano le situazioni in cui si possono mettere in campo giochi di questo tipo. Ovviamente possono essere giocati in coppie già “stabilizzate”, ma in tal caso non credo possano aggiungere molto ad una conoscenza intima già acquisita; diverso il fatto di giocarli con un partner nei confronti del quale ci si trova in una situazione di “stato nascente”, quella piacevole condizione aurorale in cui entrambi percepiscono che sta per succedere “qualcosa” ma non si sa ancora bene cosa, quando e in che modo, e in tal caso un gioco erotico può essere un modo molto interessante per “dare inizio alle danze”. Ma sicuramente la dimensione più intrigante è quella che si verifica se i giochi vengono giocati in gruppo. Ma quale gruppo? Amici affiatati (MOLTO affiatati) o conoscenze occasionali, tipo quelle che possono nascere in situazioni tipo Cap d’Agde (vedi)? E poi, come la si mette con gli uomini, che già hanno delle ampie riserve sul fatto di toccarsi tra loro, figuriamoci avere addirittura atteggiamenti un po’ più in la? (Forse la cosa può essere risolta giocando in squadre, coppie uomo-donna e reciproco somministrarsi di penalità/punizioni); e che Dio ci protegga dalle ragazze insicure, quelle che “pensano” di “essere in grado” e poi non appena la cosa si approfondisce, immediatamente non se la sentono, e battono in ritirata… O che magari ci stanno e vanno fino in fondo, ma poi vanno in crisi per settimane e magari la fanno pagare al loro lui, che le ha “costrette” o che hanno voluto, erroneamente, compiacere…
               n.b. l’autore dispone anche di un sito, www.jeuxpouradultes.com, in lingua francese, totalmente gratuito e pieno di materiale interessante… compresi intriganti racconti di "gioco".