Libri – L'uomo che mi lava, di Valentina Maran

Parecchio tempo fa, trovai in vendita, in offerta speciale, un’antologia di racconti erotici scritti da donne, “Ragazze che dovresti conoscere”. Ovviamente, dato il genere, la comprai, ma devo dire che ne rimasi profondamente deluso. Di erotico, in quell’antologia, c’era veramente poco; si parlava di cybersex (che all’epoca andava assai di moda), di prostituzione (che di moda va più o meno da sempre), di pedofilia (l’editor che si è azzardato a considerare “erotico” un sordido racconto di pedofilia con omicidio finale, supponendo che i suoi lettori si eccitino a leggere una cosa del genere – e supponendo che si sia eccitato lui stesso – dovrebbe essere tenuto accuratamente sotto controllo dalla polizia), di rapporti umoristici tra sessi (una Giulia Blasi in ottima salute). Ma erotismo, poco.
            Poco, non niente. Grazie a Valentina Maran, della quale quell’antologia uomo-che-mi-lavapubblicava un racconto splendido, “Daria”, l’unico che meritasse di essere riferito alla parola “erotismo”. Sostanzialmente, il racconto di una seduzione: Daria, sedici anni, timida, bella e desiderabile, si faceva praticare una depilazione intima da un’amica di suo fratello maggiore, l’io narrante. Costruito come una sorta di dialogo immaginario ad una voce sola, che si rivolgeva nei suoi pensieri alla giovane amica, ne ascoltava le risposte e ne interpretava i desideri, alleandosi infine con il suo uomo per portarla a letto, in un rapporto a tre dolcissimo e profondamente pedagogico. Un capolavoro, una delle cose più belle che abbia mai letto del genere.
            Di Valentina Maran, all’epoca, non si sapeva quasi niente. Cercando su internet, venni a scoprire che: a) qualche genio riteneva che il suddetto racconto fosse un falso, Valentina Maran non esistesse e fosse invece lo pseudonimo di un blogger uomo, il quale, peraltro, aveva smentito tutto; b) Valentina, invece, esisteva e aveva vinto un premio letterario con un breve racconto pubblicato su internet (gradevole, ma certamente non al livello di Daria); c) una vera Valentina Maran lavorava in un’agenzia di pubblicità. Dato che questo elemento collimava con le note biografiche della nostra, cercai di contattarla via mail alla agenzia di pubblicità suddetta, perché volevo assolutamente ringraziarla e anche per farmi dare il suo parere sui miei racconti erotici. Ma avevo fatto i miei calcoli senza l’oste, ovvero i filtri antispam che si erano messi a deviare o proprio a cancellare le mie e le sue e-mail; e poi, quando finalmente un collegamento sembrava fossimo riusciti a stabilirlo, le e-mail arrivavano frammentate e spezzettate, spesso incomprensibili. (Recentemente ho scoperto che Valentina è stata brutalmente e stupidamente licenziata dalla società di pubblicità per cui lavorava con successo, avendo anche vinto dei premi nel settore. Beh, se la qualità e l’intelligenza di una società si riconosce dal buon funzionamento e dalla trasparenza dei suoi server di posta, devo dire che la cosa non mi ha affatto stupito).
            Ovviamente, non appena è uscito il suo libro “L’uomo che mi lava” me lo sono comprato, e me lo sono letto praticamente in un fiato. Una serie di racconti, il primo ancora “Daria” (che sta sicuramente meglio qui piuttosto che in quell’assurdo accrocchio antologico di cui parlavo più sopra) e poi, a seguire, molti altri, nessuno dei quali mi è parso mediocre o puramente riempitivo. Ne scrivo solo adesso perché l’ho tenuto per molto tempo sulla mia scrivania, in quanto volevo trovare il momento per poterne scrivere con la concentrazione che meritava, non volendo dedicargli solo due parole buttate lì di fretta, senza al minimo una rilettura. E il mio tempo è sempre poco…
            I racconti, dicevamo, sono nove. Situazioni di vita (apparentemente) vissuta, narrati, come spesso capita nella narrazione erotica, al presente, in prima persona, utilizzando con frequenza quella cifra stilistica propria della scrittura della Maran che è rivolgersi in maniera immaginaria ai propri interlocutori. La scrittura non è mai casuale, tirata via, o approssimativa; c’è un’ottima calibrazione linguistica, e una grande capacità di descrivere, anche visivamente, le situazioni con frasi brevi e spezzate, che evocano un mondo. Il tutto, ovviamente, è grandemente eccitante. I racconti mi sono piaciuti tutti, ma in particolare voglio accennare a “L’iniziazione”. La lei-io narrante lega al letto il suo amante e lo ama legato, praticando un rapporto di stampo BDSM; in questo racconto mi sono ritrovato tantissimo, beninteso nella parte di lei, per i sentimenti che prova e che descrive, profondamente simili ai miei quando ho vissuto situazioni analoghe. Chissà perché, nel mondo BDSM si tende a pensare tutto perennemente in termini di “mio signore e padrone” anziché di piacere raggiunto attraverso il dolore e la costrizione, e in cui anche la tenerezza ha un ruolo importantissimo; si preferiscono situazioni sempre profondamente “recitate”, dove la dimensione psicologica deve per forza prevalere su quella fisica. Padronissimo (!) di farlo chi ci si diverte, ma non è la mia dimensione, e per me è estremamente raro trovare qualcuno che mostri di condividerla.
            Un’ultima cosa. Dopo molti anni, ho cercato nuovamente su internet notizie su Valentina, e stavolta ne ho trovate moltissime, compresi il suo sito, il suo blog (che all’epoca non c’erano) e recensioni e commenti al suo libro. Nei commenti – soprattutto quelli femminili – c’è chi la rimprovera (bruciando l’ovvia distanza tra personaggio letterario e scrittore) di una superficialità sentimentale, di essere interessata solo al sesso, e per di più con una evidente tendenza al multitasking (capita spesso che lei abbia rapporti con qualcuno nel letto di qualcun altro, che peraltro sa della cosa e non è affatto contrario). Poi ci sono, ovviamente, tutti quelli che “questa è solo pornografia, l’erotismo è un’altra cosa”.
            Trattenendomi dal ridere, ragazzi (e ragazze), una cosa ve la devo dire. I libri, prima di comprarli, sfogliateli, adesso con le megalibrerie dove tutto è a disposizione del cliente e non si deve più chiedere il libro al commesso che lo va a prendere in magazzino, è molto più facile. Se dentro c’è troppo sesso per i vostri gusti, troppe brutte parole per le vostre orecchiette sensibili, lasciate perdere. Se pensate di possedere la chiave per discernere l’illustre erotismo dalla bieca pornografia, buon pro vi faccia nelle vostre scelte. Ma le sentenze morali sulla vita sessuale (immaginaria) di una persona, quelle tenetevele per voi. Grazie.

Libri: Diario intimo di una squillo perbene, di Belle de Jour (Brooke Magnanti)

Questo libro lo avevo trovato tempo fa sullo scaffale di un supermercato, per un’ilare casualità (o per giocosa malizia del commesso) messo proprio a fianco ad “Alziamoci, andiamo” del papa precedente, all’epoca ancora titolare.
Come spesso faccio quando ho tempo da perdere (e anche quando non ce l’ho) mi sono messo a sfogliarlo, sebbene personalmente non sia un estimatore del sesso product-441289mercenario; ovviamente poi, vista la buona qualità di scrittura e ovviamente l’accettabile coefficiente erotico delle sue pagine, ha preso immediatamente la strada del mio carrello (il libro di Karol invece è rimasto lì, sarà per un’altra volta, magari).
La storia è nota, dato il successo che questo libro ha avuto: una ragazza ebrea scozzese sbarca a Londra dopo la laurea, in cerca di vita e lavoro. Dopo aver scoperto sulla sua pelle che le cose sono molto meno facili di quanto pensasse (e fin qui sembra la stessa trama di un altro romanzo non erotico ma ugualmente godibilissimo, “Una vita da precaria” di Serena McKesy), e dopo aver trascorso la maggior parte del proprio tempo vanamente tra lettere e colloqui di assunzione, riempiendo il vuoto con furiose masturbazioni e fantasie d’ogni genere, incontra una coppia di maturi libertini, un lui e una lei, con i quali trascorre una serata di fuoco. A conclusione della quale, con la scusa di pagarle il taxi, i due le fanno un cospicuo regalino monetario. Non che la cosa fosse nei patti – l’incontro non aveva nessuna premessa mercenaria – ma all’improvviso lei si scopre a pensare alla serata appena trascorsa come a un’opportunità di guadagno. Quello che segue è abbastanza consequenziale: contatto con una agenzia di escort, studio del personaggio, contatti con i clienti, servizi ad ore…
Il tutto viene descritto nelle pagine di questo libro che, manco a dirlo, prende origine da SNF18BELL2-380_930732aun blog. L’anonima raccontatrice parla delle sue esperienze professionali, ma anche della sua vita sentimentale (ebbene sì, ha un ragazzo, ebbene sì, lui sa quello che lei fa, ebbene sì, lo accetta, ebbene no, non le fa da protettore), dei suoi numerosi amici (spesso della categoria degli ex: onore al merito di averli tenuti come amici), degli amanti, della sua vita familiare. Al di là delle descrizioni erotiche, quello che colpisce sopra ogni altra cosa è l’estrema naturalezza e tranquillità con cui lei fa quello che fa: non si descrive né come una vittima degli eventi, né come una pantera del sesso o una pornostar, bensì come una ragazza normalissima che ha fatto diventare un lavoro remunerativo quello che comunque le piaceva fare già del suo, cioè il sesso (e che continua peraltro a fare anche in ambito extralavorativo). Quanta distanza dagli asfittici moralismi nostrani, dai “se lo fa è una poco di buono”, dai “non esiste che una donna lo faccia volentieri e per sua scelta”, ma anche dal cinismo anche un po’ moralistico e tinto di disprezzo per la clientela di certe professioniste, o ex tali, che si sono date un po’ di visibilità su internet ad esempio con blog come questo. In effetti, al di là del divertimento e dell’eccitazione, questo libro mi ha confermato una cosa che già pensavo: ovvero che, se i clienti rispettassero di più le professioniste, e le professioniste rispettassero di più i loro clienti, tutti ne guadagnerebbero.
Restava comunque da vedere se questo libro corrispondesse a una storia vera, o fosse totalmente frutto di fantasia. Certo è che, nonostante molte ipotesi, nessuno è riuscito a smascherare “Belle de Jour”; in certi casi la cosa ha rasentato il comico, come quando, dopo un’analisi linguistica, qualcuno ha pensato di identificarla in una giornalista americana che aveva vissuto per alcuni anni a Londra (alla quale, dall’anonimato, Belle de Jour aveva porto le sue scuse); ma sembrava comunque che, almeno dalle nostre parti, si desiderasse quasi che questo libro non fosse altro che un fantasioso romanzo in forma di diario, e l’anonimato dell’autrice un trucchetto editoriale per fomentarne brooke-magnati-photosl’interesse. Al punto che pure in quarta di copertina c’è una citazione dal Corriere della Sera, di Cristina Taglietti, che recita “Finta squillo, scrittrice vera. Il successo è assicurato”. Chi te l’ha detto, Cristina? Sapevi qualcosa che noi non sapevamo? Io ho invece sempre pensato, e fortemente desiderato, che, se non tutto, almeno la maggior parte di quanto scritto nel libro non fosse frutto di fantasia.
In effetti, Belle de Jour è venuta allo scoperto di recente, lo scorso autunno. Ha gettato la maschera, ed ecco chi è apparsa: Brooke Magnanti, non di origini scozzesi bensì italiane, peraltro abbastanza rispondente alla descrizione fisica che da di sé nel libro; non di formazione umanistica bensì scientifica, si occupa di neurotossicologia dello sviluppo e di epidemiologia del cancro, e scusate se è poco; lavora in un centro di ricerca per la salute infantile a Bristol. Da noi l’avrebbero immediatamente licenziata in quanto un personaggio così immorale non può stare a contatto con i bambini, eccetera; perché, e questa è la cosa più importante, almeno per quanto riguarda la sua attività di escort, effettuata tra il 2003 e il 2004, non si è inventata niente. In questo lungo articolo del Times ulteriori dettagli. Altri in questo articolo del Guardian. Questo invece se non sapete l’inglese
 
 

Un mistero svelato

Non è molto tempo fa, che chiudevo questo post  interrogandomi sull'identità di Pauline Réage, l'ineffabileDA%20dessin%2001_%20-%20copie autrice di Histoire d'O. Adesso mi sento un po' come quello che viene a scoprire per ultimo il proverbiale segreto di Pulcinella; molto scemo, in sostanza. Ho scoperto per puro caso che il vero nome e l'identità di Pauline Réage sono conosciuti, e non da oggi, tanto che pure Wikipedia ha delle voci in proposito (qui in inglese) (qui in italiano) (qui in francese): stiamo parlando di Dominique Aury, altro pseudonimo di Anne Desclos (e sembra proprio che questo sia finalmente il suo vero nome), nata nel 1907, morta nel 1998 (complimenti per la durata), famiglia borghese, amante dell'intellettuale Jean Paulhan. Fu proprio per smentire un'affermazione di quest'ultimo ("le donne non possono scrivere romanzi erotici") che, intorno ai quarant'anni, creò il noto capolavoro dell'erotismo. Ancora di più i fatti le dettero ragione sul lungo termine, dato che tutti gli autori dei migliori romanzi erotici, venuti dopo di lei, sono donne. Qui un post su di lei in un blog. Qui addirittura un blog dedicato a lei! Chissà se nelle interviste che ha rilasciato, verso la fine della sua vita, ha spiegato perché ha sentito il bisogno di scrivere quella specie di appendice chiarificatoria (anche troppo) che è Ritorno a Roissy, di cui abbiamo già parlato… 
Complimenti comunque per il lungo termine in cui il segreto è stato mantenuto; in un altro caso, di cui parleremo presto, le cose si sono rivelate molto prima. Stay tuned…

Libri: No Kid, quaranta ragioni per non avere figli, di Corinne Maier

Un po’ di tempo fa era uscito un libro di Adriano Sofri. Si intitolava “La notte che Pinelli”, e com’è prevedibile si trattava di un’indagine, svolta prevalentemente sulle risultanze giornalistiche e sugli atti giudiziari dell’inchiesta, sulla morte di Pinelli nella questura di Milano, nel lontano 1969.
            Prima ancora che il libro uscisse, tutti i vari detrattori, opinionisti e schiumatori politici di professione (nel senso di personaggi adusi a schiumare rabbia) sembrava sapessero esattamente ciò che nel libro avrebbero trovato: più che una spiegazione di ciò che successe quella notte, un’assunzione di responsabilità da parte di Sofri, magari anche qualche rivelazione in merito all’omicidio del commissario Calabresi.
            Il libro uscì, e fu il silenzio. Non un silenzio stupito o allibito: semplicemente un’indifferenza ostentata, troppo. Nulla di quello che molti avrebbero voluto trovarci c’era: il libro non diceva niente che non si sapesse già – peraltro lo diceva benissimo e benissimo faceva a ricordarlo – ovvero che Calabresi era comunque un personaggio al di sotto di ogni sospetto, e il fatto che sia morto ammazzato non è che migliorasse la sua posizione; che l’inchiesta sulla morte di Pinelli fu parecchio raffazzonata e affrettata; che Sofri continua a rifiutare qualsiasi attribuzione di responsabilità materiale circa la morte di Calabresi (per quelle morali si è già pronunciato, ma – fermo restando che non è per queste che è stato condannato – come dice Nick Hornby in Alta Fedeltà, non è che uno può passare la vita a chiedere scusa); che, infine, sulla morte di Pinelli non c’è nessuna certezza e non ci sarà mai.
           
            Mi sono ricordato della vicenda del libro di Sofri a proposito di quello che è capitato per un altro, “No kid”, della sociologa francese Corinne Maier. Dico “sociologa” in quanto non so bene come definirla e nemmeno lei lo sa, visto che fa, ha fatto o dice di 4526050fare la psicologa, l’economista e altre cose del genere; diciamo che fa parte di quella categoria di studiosi francesi di scienze sociali che, armati di una buona dose di volontà critica, di costruttivo cinismo e di sarcasmo verso la morale corrente, le istituzioni in cui questa s’invera e i modi abituali di vivere e di essere (soprattutto a livello di élites intellettuali) parlano, studiano e denunciano quello che sta sotto gli occhi di tutti ma nessuno si azzarda a notare, e lo fanno in maniera argomentata e razionale. Tra questi Michela Marzano (che stimo moltissimo nonostante qualche tempo fa l’avessi criticata per le sue idee sulla pornografia), Michel Onfray e, perché no, lo scrittore Michel Houellebecq.
 
            In sostanza, sui numerosi siti e forum italiani in cui si parla di maternità e di bambini, il libro era stato analizzato e stroncato ancora prima di uscire. Tanto più che la Maier non è che parlasse per sentito dire, ma la sua critica alla maternità avveniva un base alla propria esperienza personale: bella madre dev’essere stata, si diceva, chissà cosa devono pensare i suoi figli ad essere stati così tanto malvoluti, eccetera… Ovviamente per combattere l’eresia si metteva in campo il consueto armamentario dei fanatici della procreazione: i figli danno gioia, insegnano e fanno comprendere varie cose, la fatica che si fa per loro viene ampiamente ripagata da tutte le gratificazioni di cui sono latori, i figli sono un atto di fiducia nel futuro, chi dice no alla maternità (o alla paternità) è un truce egoista, cosa sarebbe il mondo senza bambini, eccetera eccetera eccetera… Quando poi finalmente il libro è uscito, è calato il silenzio. Anche perché, bisogna dire, la distribuzione non è che fosse delle migliori; con tutto che in Italia lo ha pubblicato Bompiani, ho dovuto faticare parecchio per trovarlo, quasi fosse un libro di propaganda sovversiva in un regime dittatoriale…
 
            Bene, vediamo adesso di cosa parla questo libro. Innanzi tutto, un’ampia introduzione affronta il tabù dei tabù, ovvero il fatto che piccolo (ovvero infantile) debba essere sempre e comunque bello agli occhi di un adulto, un adulto debba sempre e comunque esprimere sentimenti positivi nei confronti della procreazione, l’infanzia e i bambini, e deve soprattutto astenersi, in pubblico e in privato, dal dichiarare che spesso e volentieri queste cose non siano altro che una solenne rottura di palle, fatto però negato da modi culturali e luoghi comuni. La Maier fece inorridire un’amica quando, durante una sera di bilanci esistenziali, si permise di criticare i propri figli e la scelta di averli fatti. Seguono una serie di considerazioni storico-sociali, in particolare sul fatto che spesso sono proprio i regimi dittatoriali a spingere a favore della procreazione e del culto della famiglia, che le “catene invisibili” della famiglia e dei figli sono più efficaci di quelle vere, eccetera. Dopo di che, si entra nel vivo del discorso con una serie di capitoli tematici a suffragio del fatto che “childfree è bello”. Vediamoli uno per uno.
 
1) Il desiderio di procreazione è un bisogno culturale indotto. Il fatto che la maternità sia diventata un diritto, legalmente tutelato, appare quanto meno ridicolo. Sulla maternità e sulla procreazione c’è un mercato lucroso, e, come sempre capita in questi casi, si fa di tutto per espanderlo e rendere pertanto il consumo indispensabile. “Il figlio non è un diritto né una necessità. E’ solamente una possibilità”.
 
2) Il parto è una cosa atroce, e le donne che si pronunciano su di esso come un momento di gioia e realizzazione, mentono o sono delle ipocrite. I bambini appena nati sono orribili. Poi dopo qualche mese diventano più presentabili, e infatti è solo allora che diventano “carne da pubblicità”.
 
3) Morte alla retorica dell’allattamento al seno. Si, è naturale, ma dove sta scritto che tutto quello che è naturale è buono? Fa male, rovina il seno, crea dipendenza (nel bambino).
 
4) Senza figli si può continuare a divertirsi, o semplicemente a dormire tutta la notte, uscire quando se ne ha voglia e rientrare dopo mezzanotte, viaggiare in posti che non siano villaggi turistici con il miniclub per bambini, si è esentati dal calibrare tutta la propria vita sulle loro esigenze.
 
5) La vita con i figli è una vita banalizzata: sempre gli stessi ritmi, sempre gli stessi orari… le “catene invisibili” di cui si diceva. E quel che è peggio, è che il “lavoro” di genitore non viene riconosciuto, tanto è vero che le categorie professionali che hanno maggiori rapporti con i bambini sono anche quelle meno pagate (baby sitter, educatori…)
 
6) Avere dei figli significa la fine delle relazioni di amicizia con quelli che i figli non li hanno. Una coppia di amici con prole avrà pochissimo tempo da dedicare agli altri, e anche se gli amici andranno generosamente a trovarli, si vedranno marginalizzati, tutte le attenzioni dei neo-genitori saranno per i loro figli (farli mangiare, metterli a dormire ecc. ecc.) così come le loro attività e i loro orari se magari si farà un viaggio assieme. Per non parlare della monotematicità delle conversazioni.
 
7) Il linguaggio che si usa abitualmente per rivolgersi ai bambini è grottesco. Bandisce l’imperativo (che probabilmente sarebbe troppo autoritario) e i tempi composti. Il genitore si sente in dovere di spiegare tutto e di farlo con un linguaggio costruito ad hoc. Il tutto, visto dall’esterno, se appena vi si fa minimamente caso, rasenta l’assurdo. Perché si presume che un bambino non sia in grado di capire un linguaggio normale?
 
8) La nascita di un bambino significa spesso la fine della vita sessuale per i genitori, per un lungo periodo, a volte per sempre. Per motivi di tempo disponibile, per l’invadenza dello stesso bambino quando comincia a crescere. E non parliamo poi dei genitori separati: guai a portare un estraneo in casa a fini sessuali, il bambino potrebbe restare traumatizzato…
 
9) Discende dal punto precedente: spesso la procreazione porta a un vero e proprio crollo del desiderio in forma congenita, o per minore desiderabilità del corpo materno post-parto (e anche pre, spesso la donna incinta “deve essere rispettata” ma non desiderata).
 
10) Anche la vita di coppia, non necessariamente sessuale, viene sabotata dalla nascita del figlio. Il fatto di avere meno tempo l’uno per l’altro può portare all’allontanamento, alla mancanza di attenzione, alla freddezza relazionale, alla fine dei giochi e delle complicità. O ci si separa, o si rischia di restare assieme come due estranei.
11) La mancanza di chiarezza sul ruolo del genitore ha portato a un’ipertrofizzazione della dimensione (materiale e morale) del bambino. Si è genitori perché si hanno figli, punto. Ma nessuno è in grado di spiegare, nel profondo, cosa significhi essere genitori. Dare amore: va bene, ma cosa vuol dire?
 
12) I bambini sono cattivi. La loro tenerezza deriva dalla debolezza, non dalla mancanza di intenzioni lesive, a maggior ragione per il fatto che manca loro una morale e una consapevolezza che l’azione violenta viene punita. A prescindere dagli episodi in cui bambini hanno lesionato o anche ucciso altri bambini, spesso sono insopportabili e invadenti anche nei confronti degli adulti che non sono i loro genitori. Viaggiare in treno con bambini irrequieti può essere atroce. Perché non vendere biglietti no kid? Non parliamo dell’inferno di avere vicini di casa con bambini piccoli.
 
13) I bambini sono conformisti. Vogliono essere come tutti gli altri, vestirsi e fare le cose che fanno tutti, e i creatori di moda e di oggetti di consumo lo sanno benissimo. Anche le istituzioni lo sanno, ed ecco che gli forniscono una struttura, l’asilo, dove ci sono cose precise da fare ed orari da rispettare, così sarà pronto ad entrare preparato nell’universo adulto.
 
14) I figli costano tantissimo. I sussidi delle politiche a favore della maternità sono ridicoli se raffrontati alle spese che crescere un figlio comportano. Se la gente ponesse mente a quanto gli costerà il loro frugoletto nel tempo, di figli ne farebbe ancora meno (e non a caso, nel momento in cui la politica e il senso morale comune mettono sotto accusa le politiche di controllo demografico, di questo fatto nessuno parla).
 
15) I bambini sono consumisti. Vogliono oggetti sempre nuovi, giocattoli, regali, indumenti, cose che peraltro utilizzeranno poco e male. Anche i genitori lo sono, e infatti ancora prima che i loro pargoli comincino a ragionare sono loro il bersaglio di oggettistiche per l’infanzia che fanno tendenza e hanno prezzi aberranti.
 
16) I bambini devono essere tenuti occupati – sia per la loro “crescita psicofisica”, sia perché così rompono meno le palle ai genitori. Un metodo comune è metterli davanti alla televisione, ma pare che sia una cosa disdicevole e pericolosa. Va meglio con playstations e cose del genere, ma comunque il massimo è fargli fare acquaticità da piccoli e poi danza, musica, judo e tutto il resto quando cominciano a crescere. Guai a lasciar loro del tempo libero. Peccato solo che poi sono i genitori che devono correre come dei disperati per portarli avanti e indietro da tutti i loro impegni. D’altra parte i vincenti sono sempre superimpegnati, sono i perdenti quelli che non fanno niente, e nessun genitore vorrebbe un perdente come figlio.
 
17) Ci sono luoghi, o non-luoghi, imprescindibili per una coppia con figli. L’autrice ne cita molti, io ne richiamo solo alcuni: Eurodisney, l’ipermercato, il giardinetto dei giochi, i film per bambini, Natale, McDonald. Posti bellissimi e divertenti, vero? Per i bambini si. Ma per gli adulti?
 
18) Il bambino ideale è un mito, alimentato da televisione e mass-media vari. Il bambino viene “consumato” anche e soprattutto negli eventi di cronaca nera; essi fanno cassetta e tengono le scene per moltissimo tempo soprattutto quando ne sono vittime bambini.
 
19) Il bambino deluderà i genitori. Soprattutto se questi avranno fatto su di lui un investimento emotivo di prima grandezza: dovrà riuscire in tutte le cose in cui i suoi genitori hanno fallito, dovrà avere successo. Peccato che raramente le cose vadano così. Più spesso il pargolo otterrà risultati scolastici striminziti, faticherà a raggiungere obiettivi minimali, e tutta l’attenzione (o lo stress) a cui i genitori l’avranno sottoposto si rivelerà controproducente.
 
20) Troppe madri diventano madri-chioccia, ovvero persone che prima di essere donne, lavoratrici ecc. ecc. sono madri, e ne vanno pure fiere. Se lavorano prendono le loro vacanze in funzione delle vacanze scolastiche. Sul lavoro fanno notare che sono madri ogni tre per due, hanno pochissima cura di sé.
 
21) Spesso i bambini o i figli in genere vengono utilizzati come rassicurante simbolo di convenzionalità e moderazione; sono rari gli uomini politici – soprattutto quelli che diventano premier o presidenti – sprovvisti di prole. E’ inoltre inutile preoccuparsi troppo di essere buoni genitori, tanto le cose vanno come vogliono andare, e errori se ne fanno comunque.
 
22) I genitori vengono progressivamente espropriati delle loro competenze da una manica di esperti che fa di tutto per farli sentire inadeguati. Psicologi, puericultori, ecc. ecc. Gli esperti spiegano che i genitori devono lavorare molto per guadagnare molto e non far mancare nulla alla prole, ma allo stesso tempo devono passare molto tempo con essa, dialogare, ecc. Molto semplice e realizzabile.
 
23) La famiglia (in senso allargato) è spesso un covo di odi, rancori, aberrazioni, antipatie. La nascita di un figlio non libera da tutto questo. Parenti, genitori (i propri e quelli del partner) staranno di guardia e col fiato sul collo pronti a cogliere il benché minimo errore e a farlo pagare con gli interessi.
 
24) Una volta erano i bambini che cercavano di imitare gli adulti, adesso capita il contrario. Nell’abbigliamento, nell’oggettistica, nei modi di vestire, è pieno di adulti che tentano in tutti i modi di tornare all’infanzia (ad esempio collezionando le sorprese degli ovetti Kinder); a ciò si aggiungono anche i modi culturali, i film e i libri che parlano di bambini o di adolescenti, che ottengono grande successo anche e soprattutto tra gli adulti.
 
25) La famiglia spesso è la tomba dell’individualismo; i diritti e le esigenze degli individui che la compongono vendono tagliati per privilegiare quelli dell’ente “famiglia”, cosa che viene peraltro considerata molto meritoria e socialmente apprezzata. Procreare senza farsi domande non è altro che un modo per eludere la domanda cardinale sul senso della vita, ribaltandola peraltro sulla prossima generazione. La quale difficilmente farà pagare il conto a chi li ha preceduti, come accadde nel ’68 e in situazioni contestatorie analoghe, in quanto è perfettamente addestrata e strutturata per stare nel mondo che l’ha fabbricata.
 
26) Avere figli spesso significa rinunciare ai propri sogni. Il socialmente accettato e approvato sacrificarsi per la prole, rinunciando ai propri sogni di gioventù e alle proprie ambizioni (e magari pure un rinfacciarglielo) può essere un comodissimo alibi per arrendersi senza nemmeno averci tentato. A quante scelte esistenziali importanti – cambiare nazione, lasciare un partner per un altro o per vivere da soli, lasciare un lavoro sicuro per uno meno sicuro ma più gratificante – si dice no perché si hanno dei figli?
 
27) I genitori vogliono la felicità dei loro figli. Ma loro si sono mai chiesti cosa sia mai la felicità? E come fanno o possono volerla nei loro figli? Spesso poi questo volere diventa un’imposizione: vogliono che siano felici, e questo volere significa decidere per loro conto quello che è buono, e quello che non lo è. Peraltro, il mondo che i genitori preparano per i loro figli, per ragioni sociali, economiche od ecologiche sarà con ogni probabilità  tutt’altro che un paradiso, dove le possibilità di essere felici saranno senz’altro molto più scarse di quanto fossero all’epoca dei loro genitori.
 
28) Occuparsi di bambini, oltre ad essere faticoso, è anche incredibilmente noioso. Oltre tutto le risorse per permettere ai genitori di continuare a fare una vita minimamente normale pur in presenza dei figli sono pochissime; un posto per il bambino all’asilo nido è merce pregiata, e così tante altre cose.
 
29) I bambini poi, quando è il momento, vanno a scuola. Ma la scuola non è affatto il posto dove socializzano e imparano a realizzarsi; al contrario è uno strumento di controllo sociale e di normalizzazione, per far diventare i futuri adulti come devono essere, non troppo intelligenti né troppo scemi. E guai a chi non si normalizza; prima c’è la sanzione, poi l’emarginazione.
 
30) I bambini che vanno a scuola devono fare i compiti. E spesso sono i genitori a farglieli fare, dovendo così ripercorrere tutto il loro vissuto didattico e perdendo, ovviamente, altro tempo. I bambini poi devono leggere perché la lettura fa bene. In realtà i grandi appassionati di lettura tendono a diventare contestatori, personaggi stravaganti e irrequieti, asociali, portati forse a pensare troppo. In fin dei conti la cultura non è altro che un piacevole accessorio che nel futuro sarà sempre meno utile.
 
31) Comunicare con il bambino serve a sviluppare la sua personalità, a farlo maturare, a permettergli di trovare il suo posto nella società… Bellissimi concetti, il cui valore è pari a quello della comunicazione aziendale, cioè prossimo allo zero. Ovviamente comunicare esclude qualsiasi obbligo, qualsiasi idea di coercizione e di imposizione. Così come in tutte le attuali forme comunicative, il “no” è escluso di principio, meglio il “forse”, il “vedremo”, il “ti faccio sapere”. Quindi il genitore moderno non deve far sentire voce e peso anche se il frugoletto fa cose a cui lui è assolutamente contrario. L’autrice, per aver preso a sberle il figlio che correva e urlava nella sala di lettura della biblioteca, era stata redarguita da una lettrice (io le avrei dato una medaglia, anzi avrei chiesto se cortesemente non autorizzava anche me a mollargliene due).
 
32) Il buon genitore deve essere sempre allegro e sorridente, deve saper declamare filastrocche sceme, deve divertire e far ridere il piccolo, deve esprimere gioia ed interesse davanti a qualsiasi attività del pargolo. Ovviamente deve essere un esempio positivo, quindi davanti al piccolo al genitore  è interdetto qualsiasi atteggiamento riprovevole, tipo abbuffarsi di Nutella o mettersi le dita nel naso. Ancora meno mettersi a piangere perché l’amante lo ha piantato o perché non ha avuto la promozione in ufficio. In sostanza, il genitore è un attore che sta sempre in scena. Altrimenti il figlio viene su depresso, disturbato, disadattato e drogato. Almeno, così dicono i pedagoghi.
 
33) Discorso vecchio e risaputo, ma non per questo meno vero: le “gioie” dei figli ricadono soprattutto sulle madri, che pagano in termini di tempo e di energia il fatto che la specie umana debba perpetrarsi. Margherite Yourcenar e Simone de Beauvoir hanno consapevolmente rinunciato alla maternità per dedicarsi interamente alle loro attività intellettuali. Sarà un caso? E non c’è il rischio che la tanto desiderata maternità non sia poi, allo stato dei fatti, un comodo alibi per non impegnarsi altrove?
 
34) Discende dal punto precedente: almeno in Europa, per una madre la scelta tra maternità e carriera è un aut-aut. Non è che una donna non possa avere successo nel lavoro, ma faticherà sicuramente molto di più se avrà dei figli, per motivi di tempo, disponibilità e concentrazione. E’ stato calcolato che il danno economico prodotto dalla nascita di un figlio sulla carriera della madre ammonta a una cifra che sta tra i 100.000 e i 150.000 euro.
 
35) Il ruolo del padre non esiste più. Esiste un paternalismo a livello sociale, ma il padre che decide e comanda (nascita del figlio compresa) latita. La scelta di mettere al mondo il pargolo riposa ormai totalmente sulla madre; il padre, il più delle volte, la subisce.
 
36) Il bambino deve essere perfetto. Quindi massima attenzione e massima preoccupazione per la sua salute. Adesso che poliomielite, vaiolo e altre pestilenze non esistono più, sono in agguato altri rischi: l’obesità, le allergie, l’iperattività infantile (ovvero essere come tutti gli altri bambini, solo un po’ peggio). Il peggio è che il bambino deve rendere ai genitori l’investimento bestiale che questi fanno su di lui, quindi deve essere competitivo e vincente, così non li deluderà. Probabilmente solo un bambino da cui non ci si aspetta molto potrà crescere senza squilibri e tare psichiche.
 
37) I bambini sono pericolosi per gli adulti, nel senso che da un po’ di tempo a questa parte c’è la costante paranoia dei maniaci e dei pedofili, e per suffragare sgradevoli “verità” la parola dei bambini non viene nemmeno messa in discussione. Vi sono stati vari casi di caccia alle streghe scatenati da testimonianze infantili, a volte manipolate, a volte no, ma che comunque si sono rivelate false (anche se l’autrice non lo cita – ne cita vari altri – uno si verificò anche in Italia, a Rignano Flaminio). A volte i bambini sono consapevoli di avere nelle mani un’arma terribile e non si fanno scrupoli ad usarla. Attenti a dare una sberla a vostro figlio; rischiate di vedervi arrivare a casa la polizia dopo che lui vi avrà denunciato per violenze domestiche, o peggio.
 
38) Va bene, l’infanzia è bellissima. Ma la giovinezza? La mancanza di prospettive, di valori, di certezze, in cui vivono tutti i giovani di oggi, com’è? Finisce che poi il giovane rimane perennemente attaccato a un’idea idilliaca di infanzia, perché la realtà che ha intorno gli fa paura, essendo destinato a un’esistenza d’accatto, se non peggio.
 
39) Al mondo c’è troppa gente e troppi bambini. E’ vero che una Terra oculatamente gestita potrebbe nutrire degnamente tutti e anche di più, ma tanto si sa che la gestione oculata non ci sarà mai, e allora tutti dovrebbero capire che mettere al mondo un figlio nel mondo occidentale – quello che consuma e  sperpera risorse più di tutti gli altri – è un vero e proprio crimine ecologico. Meno bambini, meno gente, meno affollamento nell’accesso alle risorse sociali, meno code sulle autostrade… nessuno ci ha mai pensato? (Paradossalmente quando ero piccolo io si parlava molto del flagello della sovrappopolazione che avrebbe trasformato la Terra in una specie di ascensore affollato di gente denutrita e affamata. Adesso sembra che questo non sia più un problema per nessuno. Perché? Chi l’ha deciso, e quando?)
 
40) L’ultimo punto del libro è il decalogo del bravo genitore, che va ovviamente rinnegato con fermezza: tuo figlio è più importante di te, devi trasmettergli valori come tolleranza e onestà che nessuno, lui per primo, rispetterà, devi volere la sua felicità, devi fare in modo che sia sempre massimamente occupato, devi essere un esempio ai suoi occhi, devi proteggerlo dal male che si annida in ogni dove, devi renderlo pronto ad adattarsi e a fare compromessi, non devi mai picchiarlo, devi parlargli sempre, devi essere e pensare positivo…
 
            Segue una breve conclusione, in cui, a fronte di tutti quelli che ritengono maternità e procreazione un obbligo morale, viene legittimato il “preferire di no”. Infine, una breve bibliografia.
 
            Come si può vedere, il provocatorio punto di vista di Corinne Maier parte da una visione individuale – no kid è bello perché permette di vivere meglio ed essere più liberi – per arrivare a fare un discorso decisamente più globale, in cui la scelta della non-procreazione diventa legittima ed estremamente responsabile anche e soprattutto sotto il profilo sociale ed ecologico. A questo punto chi sono gli egoisti, quelli che dicono no ai figli per continuare a godersi la vita e a disporre al cento per cento dei propri mezzi, spazi e redditi, o gli altri?
 
            Poscritto. In Francia sta avendo un grande successo il monologo che una celebre attrice comica. Florence Foresti, ha portato in scena, su temi identici a quelli esposti dalla Maier. Dopo anni e anni in cui far figli, non essendo più una necessità economica, è diventato una specie di dovere morale, siamo finalmente al momento di un’inversione di tendenza? Sarà vero che all’estero stanno diffondendosi luoghi di ritrovo, spiagge, sikid200spazi esplicitamente indicati come childfree? Troppo bello sarebbe che arrivassero pure da noi…
 
…Poscritto. Forse ho avuto troppa fretta nella premessa di questo post. In effetti qualcuno ha preso in considerazione il libro dopo che è uscito. In particolare, se volete farvi qualche risata, leggetevi No kid, un libro ripugnante. Se volete continuare a ridere, pensate che su un forum è nato il movimento Si kid in risposta al movimento No Kid (risposta preventiva, visto che non mi risulta che un movimento siffatto esista in Italia, e anche un po’ da ignoranti, visto che No kid è inglese e quindi il loro movimento avrebbe dovuto chiamarsi Yes kid). Se infine volete proprio ridere fino a farvi male, leggete le quaranta ragioni per avere figli che sono state collazionate sul sito di Avvenire.

Un'intervista a Corinne Maier (in francese)

Libri: L'imbalsamatrice, di Mary B. Tolusso

Una vecchia canzone, di cui non mi ricordo l’autore, diceva: a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in mente a quell’età… Il problema è che si è stupidi davvero anche a trenta, quaranta, sessanta, ottanta e oltre… Stupido sono pure io, che ancora ci casco negli articoli marchettari del Venerdi di Repubblica, che su qualsiasi argomento siano mettono sempre il boxino del libro dell’autore XY sull’argomento dell’articolo, giusto per far venire la curiosità e far andare la gente a comprare il libro in questione…

            Nella fattispecie, l’articolo era sulla città di Trieste, che personalmente amo molto, anche se tolusso 1per ragioni geografiche non ne sono un frequentatore assiduo. Trieste stranissima e lontanissima, posta a una strana lontananza dello spirito, più che della geografia. Trieste che è l’unico pezzo di Italia che si trova sulla penisola balcanica, quella che ospita Croazia, Albania e Grecia. Trieste che sembra, come palazzi e urbanistica, un pezzo di Vienna trasferito sulle sponde del Mediterraneo (e probabilmente lo era davvero, ai tempi, come Nizza era un pezzo di Torino). Trieste dove le ragazze (bellissime) d’estate vanno da sole a prendere il sole sui moli, e nessuno che le molesti. Trieste dove tutti leggono libri ogni volta che possono. Trieste con il suo dialetto gustoso e del tutto incomprensibile ai non triestini Triestini orgogliosissimi della loro triestinità che li fa sentire una spanna sopra a quelli che stanno di qua, gli italiani, e a quelli che stanno di là, gli slavi, e torto torto magari non ce l’hanno nemmeno. Trieste di cui qui in Italia si parla pochissimo, giusto qualche reminiscenza irridentista o letteraria e qualche opinione sul caffè, e probabilmente manco loro si sprecano a parlare di noi.

            Poi, è chiaro che, come sempre, non è tutto oro quello che luccica. Mary B. Tolusso, l’autrice di questo libro, L’imbalsamatrice, e il suo personaggio-io narrante hanno notevoli riserve sulla città e la sua gente: persone cristallizzate in un momento del passato e ad esso nostalgicamente aggrappate (verificato personalmente da me stesso, quando si cammina per strada capita talvolta di essere fermati da gente del posto che si mette a raccontarti di cosa era Trieste ai tempi di Vienna e degli Asburgo… cosa ancora più curiosa visto che spesso quei tempi loro manco li hanno vissuti); il consueto perbenismo danaroso delle piccole ricche città del nord, di gente che vive su immense rendite familiari ed è costretta a inventarsi lavori di cui non avrebbe nessun bisogno per vivere; la noia del rimbalzare da un locale all’altro, da un evento all’altro senza ben sapere a che pro e perché… Non è un caso che la protagonista del libro di lavoro faccia l’imbalsamatrice di cadaveri. In sostanza lavora in un’agenzia di pompe funebri, e il suo compito consiste prevalentemente nel preparare i morti per l’estremo saluto, rinviando di un pugno d’ore l’inevitabile azione della natura che porta le persone prima a liquefarsi, poi a diventare scheletri (e a quel punto l’agenzia di pompe funebri ritorna in campo per l’operazione successiva, la cosiddetta “riduzione”, ovvero prendere lo scheletro e inscatolarlo). Tra l’altro, questo tema – quello di ciò che succede dopo la morte ai morti – ho notato che è abbastanza frequentato negli ultimi tempi, mi è capitato varie volte di prendere in mano in libreria vari libri che parlano di questo, trattati divulgativi di medicina legale sicuramente apprezzati tanto dagli appassionati del macabro, quanto da quelli che desiderano conoscere la verità sul loro futuro (che poi non è detto, ci si può far sempre cremare). Sicuramente questi libri la Tolusso se li è letti (dubito che nella vita faccia o abbia fatto realmente questo lavoro), vista la cognizione di causa con cui ne parla. Il suo personaggio, dunque, nel corso della narrazione si trova a intervalli regolari a pasticciare coi cadaveri, svuotarli, imbottirli e ridipingerli, per dare ai sopravviventi una parvenza di eternità (che poi non sempre le cose vanno come devono andare; in un’occasione il cadavere va ugualmente in putrefazione a tempi brevi, la bara esplode per i gas e la madre della defunta s’incazza come una biscia e prende a botte la protagonista). L’altro grande tema (e, lo confesso, è quello che mi ha fatto ordinare da Feltrinelli il libro, che non era immediatamente disponibile) è quello delle avventure sessuali della protagonista, che, per vincere una specie di depressione che l’attanaglia da quando il suo tipo, il Professore, l’ha mollata, gira la notte per rimorchiare altre donne con cui ha avventurette da una notte, che le danno un sollievo momentaneo ma non molto di più (si muove in sostanza con la stessa superficialità e cinismo di un uomo che va a puttane). Al di là di questi grandi temi di dipana la storia del libro, che è un contrappunto di eventi minimali (o minimalisti) nell’ambiente triestino di cui si diceva più sopra: le vicende di alcune amiche; sparuti eventi festaioli; reminiscenze familiari, dove alla pietà per i suoi (in particolare per il padre morto) si sovrappone un senso di disgusto sarcastico per quello che sono stati; una strana vicenda di droga che avrebbe coinvolto il suo famigerato Professore, vicenda che si chiarisce a poco a poco per poi arrivare finalmente a definirsi alla fine, in una rivelatoria e-mail del medesimo; e poi, tra le varie amiche, una in particolare, Lisa, praticamente una disadattata che tutti vorrebbero evitare ma la protagonista-io narrante rimette sempre in gioco, a cui si deve uno dei momenti più brillanti e divertenti del libro, una festa di matrimonio in cui si mette a raccontare ai genitori di uno sposo che un parente è morto nel momento in cui si trovava in compagnia di alcune prostitute orientali, evento perbenisticamente tenuto accuratamente nascosto, provocando lacrime, disperazione e rabbia; Lisa che ha storie di droga e perversioni varie, tipo andare a spiare gli omosessuali che si accoppiano agli appositi giardinetti. E mal gliene incoglierà perché due di questi si incazzano e la massacrano di botte. Complimenti per l’inversione della realtà, considerato che di solito succede esattamente il contrario, sono i “froci” quelli che le prendono e a volte ci lasciano pure le penne, ma evidentemente letterariamente questa cosa non ci può stare visto che già in un altro libro – peraltro bellissimo, eccitante e commovente, “Dolorosa soror” di Florence Dugas – succede esattamente la stessa cosa.
 
            E in conclusione, qual è il mio parere su questo libro? Non è male, ma non è proprio quello che mi aspettavo. Innanzi tutto perché le vicende lesbiche non sono il cuore della vicenda ma solo una specie di passatempo marginale e un po’ cinico della protagonista, e ho dei grossi dubbi sul fatto che l’autrice abbia cognizione di causa sull’argomento; poi la scrittura è terribilmente ellittica, un po’ singhiozzante, molto parlata e quindi piuttosto incomprensibile, spesso ho dovuto leggere varie volte la stessa frase per riuscire a capire che cosa volesse dire o meglio a cosa alludesse. Comunque non è che questo libro lo sconsiglio del tutto, se si vuole leggere di Trieste o di cadaveri va benissimo, meno se si cerca qualcosa di erotico.
 
            Qualcuno dirà: sì, ma non è mica nato come racconto erotico. Va bene, ma allora perché – cosa che non sapevo, è stata una sorpresa quando sono andato a ritirarlo alla Feltrinelli – mi sono visto anche consegnare un calendarietto del 2010 allegato al libro, con bella ragazza ritratta in varie pose sopra o all’interno di una lussuosa bara imbottita? Idea carina, forse non del tutto originale ma apprezzabile. Peccato solo che la bella ragazza in questione sia fin troppo coperta per i miei gusti con le consuete per me inguardabili guepière, body, calze bianche ecc. In una sola foto compare, Deo gratias, a piedi nudi, e dispiace che sia l’unica volta e l’immagine così piccola, visto che paiono essere proprio bei piedi, ingentiliti pure da un tatuaggio, o un disegno con l’henné.tolusso 2

Libri: Ritorno a Roissy, di Pauline Réage

Non posso nasconderlo. Il romanzo “Histoire d’O” è stato uno dei testi, e degli episodi, che di più hanno segnato la mia storia, fornendomi un vero e proprio imprinting.
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            Non ricordo, di preciso, quanti anni avevo. Potevano essere dodici o tredici; diciamo che erano proprio quelli i giorni in cui stavo scoprendo la mia sessualità, e questa lettura provocò uno spettacolare corto circuito tra ciò che vedevo scritto e ciò che già provavo. Perché fu proprio questo quello che capitò: leggere un testo che diceva – e in qualche modo legittimava – quel qualcosa che già si agitava nel mio animo, quel piacere raggiunto attraverso la sofferenza e la dedizione, il cui terreno era già stato concimato nella mia infanzia dai racconti estatici delle suore da cui andavo a scuola; racconti di sante bambine, che – scusate se è poco – si mettevano sassolini nelle scarpe per ferirsi ai piedi e soffrire come Nostro Signore Gesù Cristo, per offrir lui la loro sofferenza. Racconti che, nonostante la mia infantile età, mi offrivano qualcosa di molto simile a quello che diversi anni dopo avrei chiamato erezioni, e non posso escludere che per le mature suore fosse molto diverso, visto il tono estatico e appassionato (di passione non strettamente mistica, temo) con cui ci propinavano quei racconti, come quelli più canonici della Passione.
 
            Histoire d’O lo trovai, dicevo, nascosto in una valigia piena di libri, prevalentemente scolastici, depositata nel ripostiglio sul balcone. Era un’edizione economica, anzi decisamente mediocre, genere romanzo pornografico da stazione, con in copertina la foto di una tipa nuda in spiaggia messa lì perché l’editore non aveva evidentemente trovato niente di meglio. L’autrice non era stata nemmeno qualificata con il suo nom de plume di Pauline Réage, bensì con un generico Anonimo (quindi avrebbe potuto essere un maschio, prospettiva che avrebbe fatto perdere al romanzo tutto il suo afflato fantastico femminile). Non mi posi molte domande su come il libro fosse arrivato in quella valigia (scoprii poi che ce lo aveva messo mio padre, chissà perché poi, e come lo avevo trovato io lo aveva trovato anche mia madre – leggendolo peraltro con sentimenti molto diversi dai miei, tra disgusto e repulsione). Ogni volta che potevo, quando non c’era nessuno in casa, correvo alla valigia, lo prendevo e mi ci immergevo.
 
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            Rimasi affascinato da quella lettura. La storia di O che si sottoponeva volontariamente alla frusta e ai supplizi per il piacere del suo amante e quindi anche suo; che concedeva agli uomini tutte le parti del suo corpo (con descrizioni sempre rigorosamente prive di volgarità); che trovava nel castello di Roissy (nome che non avrei più potuto sentir pronunciare – mi pare ci si trovi anche un aeroporto di Parigi – senza che nella mia mente affiorasse un sorriso malizioso) una comunità di raffinati aristocratici erotomani e di schiave come lei, dove veniva fatta vestire con raffinati abiti vintage, dettagliatissimamente descritti; che praticava il sesso anche con altre donne con la più scontata e totale naturalezza: tutto questo non potè far altro che dar corpo e sostanza ai miei desideri, alle mie fantasie. Fantasie che ben presto si rivestirono di altri corpi, ben meno fantasmatici di quello di O – prevalentemente mie compagne di scuola, o, con piacere ancora più grande, professoresse. Sempre con loro a chedere la frusta e il supplizio, e io che munificamente la “somministravo” (termine medico mutuato dal romanzo).
 
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            Più o meno nello stesso periodo trovai, sempre in giro per casa, un vecchio numero dell’Espresso riportante alcune grosse fotografie del film che Just Jaeckin aveva tratto in quello stesso periodo dal romanzo, con Corinne Cléry nella parte di O (da cui sono tratte le foto che illustrano questo post): altra carne al fuoco delle mie fantasie, ma poco o niente rispetto a quello che traevo dal libro. Il film, moltissimi anni dopo, l’ho pure visto, e per quanto bello e curato, per non diventare un prodotto pornografico (con tutte le penalizzazioni, anche legali, del caso), come capita sempre alla cinematografia tratta da soggetti erotici, aveva dovuto cedere ad un drastico ridimensionamento del coefficiente di visibilità sessuale. E in ogni caso aveva grandemente tradito il finale, con O che – nel film – prende un inspiegabile sopravvento dominatorio sul suo padrone Sir Stephen.
 
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            Tempo dopo – ero già all’università – ricomprai il libro, questa volta in un’edizione ancora economica ma meno ghettizzante di quella precedente (che non avevo più trovato, probabilmente era stata buttata via da mia madre), della Bompiani, e mi ci rituffai nella lettura, una, due, moltissime volte. E’ sicuramente uno dei libri che ho più riletto, e sempre con la stessa emozione, riscoprendone  particolari nuovi. Dopo di questo ovviamente lessi moltissimi altri romanzi e racconti erotici, cominciando poi anche a scriverne, ma solo di Histoire d’O posso dire che sia stato per me il romanzo di una vita. Vita che mi riservò un altro splendido regalo quando conobbi una bellissima ragazza che mi confessò che lo era stato anche per lei – vicenda di scoperta casuale quasi identica alla mia – e, per il troppo breve tempo in cui fummo amanti, mettemmo anche in campo qualcuna di queste fantasie.
 
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            E’ quindi con palese vergogna che ammetto di aver comprato soltanto di recente il seguito di Histoire d’O, di cui peraltro conoscevo l’esistenza, Ritorno a Roissy. Un romanzo brevissimo, quasi un’appendice al precedente, come ipotizza tale Peyre de Mandiargues, nella postfazione. Romanzo di cui forse la parte più preziosa è l’introduzione, in cui Pauline Réage, o meglio colei che si nasconde sotto questo pseudonimo mai svelato, prende la parola, e racconta di come Histoire d’O fosse nato come gioco erotico tra lei e il suo amante: la scrittura notturna di lei, dare corpo – primo corpo – e parole alle sue fantasie,  le letture col suo amante, e poi l’ispirazione dei personaggi e dei luoghi. Un gioco erotico che avrebbe creato un paradigma a cui si sarebbero rifatte centinaia di altre opere e di amanti nei loro giochi, ancora più sorprendente per il fatto che la Réage non aveva mai letto nulla di De Sade., e quindi questi desideri e fantasie di sottomissione e di sofferenza erano tutti "farina del suo sacco".
 
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            Il romanzo Ritorno a Roissy, invece, è stato un po’ deludente. Non per l’altissima qualità della scrittura e per il suo coefficiente di erotismo, pari al precedente. Ma perché sembra che in esso si sia voluto volontariamente sgonfiare quell’afflato di straniamento sognante, di mondo realissimamente fantastico che informava il primo, con le sue amanti splendide e senza perché, i suoi signori padroni belli e misteriosi, i suoi ambienti sospesi in un tempo senza tempo. Qui si viene a sapere che Roissy non è altro che un bordello d’altissimo bordo, dove le “schiave”, di cui permane tuttavia l’autentica devozione, vengono concesse a soci e ospiti paganti; e che il misterioso Sir Stephen non è altro che un trafficante in commerci internazionali poco puliti. Verso la fine, con il misterioso omicidio di uno degli ospiti della casa, la storia si tinge pure un pochino di giallo.
 
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            Chissà perché questo tentativo di azzeramento (riuscito peraltro molto male, dato che di Histoire d’O si continua a parlare, di Ritorno a Roissy molto meno). Dubito che la Réage, chiunque essa sia o sia stata, vorrà spiegarcelo.

NOSTALGIA (Oxè – racconti erotici italiani)

Sapevo già dell’esistenza di questa antologia di racconti erotici, ma mi è capitata fisicamente tra le mani su una bancarella a metà prezzo e non ho potuto evitare, a quel punto, di farla mia.
 
Ed è stata una bella botta di nostalgia. Il sito Progettoxè/Eroxè era uno dei posti più interessanti, dal punto di vistaoxe erotico, del web di dieci anni fa. Fondato da una giovane donna emiliana, Francesca Ferreri Luna, già autrice di due romanzi erotici, per promuovere le sue pubblicazioni, era poi in realtà diventato, in maniera piuttosto spontanea, una vera e propria community di autori di racconti erotici. In tanti vi pubblicavano le loro produzioni, e tra gli altri anch’io. La cosa interessante era anche il fatto che buona parte delle pubblicazioni era di qualità letteraria almeno accettabile, spesso anzi decisamente buona; deliri pornografici o psicosessuali senza arte né parte erano alquanto rari. Francesca Ferreri soprintendeva al tutto in maniera attenta e non invadente, riservandosi il diritto di esprimere la sua preferenza per i vari racconti, preferenza che quasi sempre collimava con la mia. Al sito si affiancò poi una mailing list, Oxefree, dove la community travalicò il campo dei racconti erotici e diventò uno spazio di discussione su qualsiasi cosa, a volte anche di seduzione, più spesso di litigio. ;-)  In quel contesto conobbi, virtualmente e poi personalmente, persone interessantissime, Manu e Vale e il loro “grande gioco”, Falco-Sirene, la stessa Francesca Ferreri, Maya (Barbara Pellegrino), Iaia, e soprattutto Rosye, alias Monica Maggi, giornalista e pubblicista romana che organizzò nel 2000 il convegno di Fiuggi su erotismo e scrittura, a cui partecipai e dove potei conoscere molte di queste, ed altre, persone interessantissime, in due giorni di emozione allo stato puro.
 
Poi però la cosa trovò gradualmente una sua fine. Francesca Ferreri lasciò il progetto, lasciandolo nelle mani di un’altra persona che l’aveva affiancata, Massimo Casarini. Si volle dare una svolta a tutto, passando dal volontarismo al professionismo e soprattutto rendendo il sito a pagamento mediante un sistema di crediti utilizzabili per la lettura dei racconti. Io personalmente ero molto scettico sotto questo profilo, ero convinto che nessuno sarebbe stato disponibile a pagare “a scatola chiusa” per leggere racconti erotici; per cui, come altri, persi interesse, allontanandomi progressivamente. Se poi la cosa ha funzionato, sono ben contento di essermi sbagliato… e probabilmente ha funzionato visto che il sito esiste ancora, anche se non lo frequento da anni.
 
Furono pubblicate antologie cartacee; su una di esse, che non venne però posta direttamente in commercio, era anche apparso un mio racconto. Quest’altra antologia, che ho recentemente comprato, fa già parte della fase “imprenditoriale” di Progettoxè. Ho notato comunque con piacere che la qualità dei racconti è sempre molto elevata.
 
Resta comunque la nostalgia per quel periodo. Un po’ era l’emozione del nuovo mezzo, la possibilità di scambi, la voglia di mettersi in gioco a fare la differenza. Oggi come oggi, di risorse per l’appassionato di erotismo la Rete ne offre di sicuro infinitamente di più, a partire forse proprio dai blog. Ma l’impressione è che oggi tutto segua canoni standardizzati, che i modi di “esserci in rete” siano quelli e non altri, che i modi di esporsi e di esserci siano decisamente più limitati, un po’ come per i templates dei blog, che spesso sono simili tra loro e finisce che pure i contenuti si mettono ad assomigliarsi. Oltre al fatto che oggi sulla Rete c’è molta più gente di dieci anni fa, e questo coimplica che siano molti di più anche i provocatori a titolo gratuito, gli aggressori verbali, gli psicopatici. E ciò provoca l’esitazione e la fuga di persone che magari sarebbero anche intenzionate a presentarsi al mondo e mettersi in gioco con qualcosa di più che non foto viste e straviste, parole dette e ridette.
 
Ritornando al libro, a questo punto dovrei dire qualcosa di più dei racconti e degli autori, dire quali mi sono piaciuti di più, quali sono gli argomenti, eccetera. In realtà mi sono piaciuti tutti, come dicevo il livello generale di quest’antologia è molto elevato, quello che ho notato è una grande capacità di “cambiare sesso” da parte degli autori, mettersi dal punto di vista del sesso opposto e scriverne. Leggetelo, se avete voglia.

Dopo mezzanotte, andava l'onda del piacere…

            Ho recentemente letto un libro, molto bello, di Tommaso Labranca, dal titolo “78.08”.
L’io narrante, un precario che fa il “tutor” in un posto tipo CEPU, separato e con una figlia grassa, si insinua nel suo/nostro mondo con tutto ciò che ne concerne (culto delle apparenze, lavori precari, deindustrializzazione, voli low cost, globalizzazione, ecc. ecc. ecc.) e ne analizza tutti gli aspetti, con ironia e sarcasmo, mettendolo a confronto col mondo di vent’anni fa. il tutto attraverso la memoria di un film che vent’anni fa ebbe appunto un’importanza epocale, “La febbre del sabato sera”. Gli stessi titoli dei capitoli sono i titoli delle canzoni che costellavano quel film.
            E’ un libro che fa molto ridere, anche se si tratta di un riso decisamente amaro, ed è scritto molto bene. Ma non c’è assolutamente niente di erotico, quindi non c’è motivo perché ne parli qui, anche se ne consiglio caldamente la lettura, sia agli ultraquarantenni che si potranno riconoscere nell’autore e nel suo passato, sia ai giovani, che potranno trovare utili stimoli per mettere a confronto il loro mondo con quello che l’ha preceduto.
 
            Ma un passaggio di questo libro mi ha richiamato alla memoria un mondo e una situazione di cui mi ero pressoché dimenticato, ed era quello delle TV locali e delle loro trasmissioni erotiche notturne.
 
Le televisioni private erano appena nate, formandosi improvvise in un vuoto legislativo in cui la 7866_1presenza della RAI escludeva del tutto l’esistenza di altri operatori. Era lo stesso vuoto legislativo in cui si sarebbero aggregati poi i network di Fininvest, con tutto quello che ne sarebbe seguito (e che stiamo pagando a caro prezzo ancora oggi). Ma all’epoca c’era un’improvvisazione e un dilettantismo epocali, programmazioni casuali, vecchie pellicole trasmesse e ritrasmesse fino alla distruzione, gare di ballo liscio… di tutto. E poi, le trasmissioni notturne.
 
            La premessa è che la televisione di stato era stata fino al quel momento democristianamente supercontrollata: non solo era del tutto fuori discussione che si vedessero scene di nudo o di sesso, per quanto supersoft (roba che certe pubblicità trasmesse oggi in fascia pomeridiana sarebbero sembrate al confronto dei pornofilm), ma fino a poco prima erano anche proibite parole come “cosce” e “prostituzione”, cosa che causava seri problemi alle pubblicità di polli surgelati e ai giornalisti televisivi quando dovettero spiegare il significato della legge Merlin. Uno dei modi migliori che le cosiddette televisioni private, o locali, trovarono per catalizzare l’attenzione del pubblico fu quello di allargare i cordoni della morale televisiva; rigorosamente di notte, e, come racconta appropriatamente Labranca, dopo opportuni depistaggi fatti di videoclip musicali (altro accrocchio pseudoespressivo che nasceva proprio in quel periodo), televendite di automobili, film insulsi e altre cose assolutamente “neutre”. E poi, dopo mezzanotte, senza che la cosa venisse minimamente pubblicizzata (funzionava moltissimo il passaparola scolastico, ci si confidava con atteggiamento da cospiratori i nomi dei canali e gli orari), dopo essersi alzati nottetempo in silenzio confidando nel sonno pesante dei genitori, dopo appostamenti che non sempre davano i frutti sperati (le programmazioni erano sempre molto random, e non soltanto per questo genere di film) finalmente diventava possibile vedere qualcosa.
 
            In realtà, i veri e propri film pornografici erano rarissimi, e la cosa si può anche capire: a parte gli coppieerotiche1impedimenti legali e la paura di ritorsioni giudiziarie, all’epoca di pornografia se ne produceva sì e no lo 0,1 % di quella che si produce oggi, e di conseguenza aveva ben altri prezzi. Molto più frequenti erano invece film del genere pseudoerotico-scollacciato italico, quelli con Edwige Fenech, Gloria Guida, Femi Benussi e vari altri nomi equivalenti, quelli in cui Michele Serra una volta ebbe a dire appropriatamente che “il sesso incombe e non arriva mai”: ore e ore di visione frustrante di splendide attrici che al massimo ti concedevano un seno mentre si facevano la doccia, mentre qualche pseudoadolescente le spiava dalla porta socchiusa con lo sguardo arrapato e la lingua di fuori… Non parliamo poi degli spogliarelli ultrasoft tipo Playboy di mezzanotte o quelli delle casalinghe con la mascherina sugli occhi… Poi il giorno dopo, a scuola, ci si ritrovava incazzati e con gli occhi pesti. “Tu hai visto qualcosa?” “Un cazzo… tutta la notte solo videoclip e televendite… e tu?” “L’insegnante al mare con tutta la classe”, sai che roba…”
 
Con le produzioni straniere andava meglio: anche lì vera e propria pornografia poca o niente, ma c’era un gusto dell’erotismo e delle situazioni decisamente più raffinato, e perfino veri e propri rapporti sessuali, per quanto simulati. Il libro di Labranca mi ha fatto emergere dalla memoria due film, risalenti, mi pare, al 1970 circa (quindi precedenti di una decina d’anni dall’epoca dei fatti – le TV locali non potevano certo permettersi le prime visioni) che mi avevano grandemente emozionato ed eccitato. Ovviamente tutto è relativo e va visto con gli occhi di un adolescente di quell’epoca povera di risorse, oggi probabilmente gli stessi film farebbero ridere i polli; gli adolescenti di oggi, che hanno a disposizione le risorse illimitate, accessibili e spesso gratuite di internet, sono infinitamente più fortunati – e poi dicono che le cose vanno sempre peggio. Mah…
 
            Il primo dei due film in questione si intitolava La moglie erotica, ed era una produzione francese. coppieerotiche3Raccontava di un agente pubblicitario che veniva incaricato dalla sua azienda di rinnovare in senso marcatamente erotico le sue produzioni, e per ottenere questo ricorreva all’aiuto della moglie, con la quale viveva tutta una serie di situazioni erotiche da cui trarre ispirazione. La moglie si concedeva appassionatamente a questo gioco, finché, in quello che oggi si sarebbe chiamato un club privé, si sottraeva sconvolta a un gioco di tipo lesbico, ovviamente solo accennato, peraltro con molta sensualità – lei e un’altra donna dovevano mimare l’una sull’altra quello che i mariti dicevano loro di fare. Peraltro poi i due coniugi si ritrovavano innamorati e ricominciavano la loro vita felici e soddisfatti. Mi è rimasta alla memoria la straordinaria sensualità della “moglie”, tale Danielle Vlaminck, una splendida bruna, che appariva nella prima scena del film con un abito di ispirazione araba, da baiadera, indossato su richiesta del marito, a piedi nudi e a pancia scoperta. Poco dopo i due avrebbero fatto sesso in cucina, e se ben ricordo ne sarebbe nata la pubblicità di successo di un frigorifero.
 
            Il secondo film si intitolava invece Coppie erotiche, ed era di produzione tedesca, o forse svedese. coppieerotiche4Raccontava di quella che oggi si direbbe una “coppia libertina”, che viveva con fantasia la propria vita sessuale in un ambiente piuttosto alto-borghese (ville, cacce a cavallo, gite in barca, eccetera) finché non venivano sorpresi da una retata della polizia che li arrestava, e poi venivano condannati a una specie di “rieducazione” psicologica; a ripensarci oggi, i due non facevano proprio niente di penalmente rilevante, oggi come allora (in Germania o Svezia, poi…), e non capisco da dove gli sceneggiatori avessero tirato fuori un finale così moralisteggiante e talebano (ma forse era “previsto dal regolamento”, un po’ come fanno i siti e le riviste di informatica che parlano male della pirateria ma che poi en passant spiegano come craccare i DVD o i sistemi operativi). Peraltro il film aveva parecchi momenti eccitanti. Ne ricordo in particolare uno. Di ritorno da una caccia a cavallo, un uomo, un amico del marito, saliva al piano superiore della villa, ancora vestito per andare a cavallo, e trovava la moglie di questo che, seduta sul letto, si stava dando lo smalto alle unghie dei piedi. Si salutavano. Lui guardava lei. Lei guardava lui, e in particolare il frustino che lui picchiettava contro lo stivale. Poi gli sorrideva invitante. Subito dopo si vedeva il marito, al piano di sotto, che, eccitato, ascoltava i colpi di frusta e i gemiti della moglie.
 
            La sorpresa è stata che, cercando su internet, ho trovato notizie di questi due film, e persino le locandine; pensavo che fossero stati macinati dal tempo e dalla storia, come tante altre cose di quell’epoca. E invece…

Libri: Il professore di desiderio, di Philip Roth

Philip Roth è probabilmente il più importante scrittore statunitense vivente. Ha scritto una quantità enorme di libri, e io, personalmente, l’ho scoperto quasi per caso, grazie ad un regalo della mia lei, il romanzo L’animale morente. Prima di allora non ne sapevo assolutamente nulla, anzi probabilmente – beata ignoranza – lo confondevo con un altro famoso Roth, Joseph, quello della Cripta dei cappuccini. Nelle storie di Philip Roth il protagonista è quasi sempre un ebreo che si muove da una parte nel mondo degli ebrei americani, ricco di riferimenti alle tradizioni e alle culture centroeuropee; dall’altra, in quello della rothcultura accademica, delle università e dello studio. La scrittura, poi, è bellissima, densa e coinvolgente; va letta sempre con molta lentezza, in quanto bisogna essere molto attenti per recepire (e gustare) il senso di ogni singola frase, di ogni descrizione, di ogni parola.
            La cosa interessante, ai fini di Anacreonte, è il fatto che nei racconti di Roth il sesso e l’erotismo sono sempre presenze abbastanza cardinali. Spesso i suoi protagonisti – professori universitari pieni di complessi e di paranoie legate alla repressiva cultura ebraica – sono nonostante questo (o forse proprio per questo) dei sessuomani scatenati, e le descrizioni delle situazioni sempre accurate e coinvolgenti. Personalmente mi sono sempre chiesto se la scrittura erotica potesse travalicare i limiti del racconto, o al massimo del romanzo breve; sono ben poche le eccezioni a questo principio – fondamentalmente una, Il paradiso degli uragani di Patrick Grainville, , un romanzo francese molto estetizzante e anche abbastanza arrapante che mi fu regalato alcuni anni fa da un’amica. Ma Roth ci riesce spesso e bene, peraltro inserendo il fatto sessuale in un contesto decisamente di grande letteratura, e non solo di genere.
            Questo romanzo, che ho appena terminato di leggere, è stato da non molto tempo pubblicato in Italia, anche se fu scritto nel 1977 (quindi lo si potrebbe definire un romanzo giovanile, anche se la scrittura è già molto matura). Un figlio di albergatori, ovviamente ebrei, che hanno un albergo sulle Catskills Mountains, a nord di New York, e che hanno una clientela ovviamente quasi esclusivamente di ricca borghesia ebraica, racconta al presente la sua lunga storia di noviziato sessual-sentimentale. Dapprima le timide e sessualmente renitenti ragazze del College (attenzione, si parla di tempi che precedettero di molto le epopee di Porky’s e di Animal House, e di luoghi culturalmente molto lontani dalla California o da New York), poi la travolgente scoperta del sesso a Londra e in Europa, dove il protagonista-io narrante va a soggiornare grazie a una borsa di studio. Di fatto, tutte le sue esperienze – almeno quelle raccontate – sono limitate a tre episodi cardinali: le due svedesi, Elisabeth e Birgitta, con la prima delle quali si era fidanzato, restando poi coinvolto in un gustosissimo ménage à trois anche con l’altra, la coinquilina, in cui – parole sue – si è trovato a vivere nella pratica tutto quello che gli altri ragazzi al massimo sognavano sulle pagine di rivistine pornografiche, almeno finché Elisabeth esce di scena, non reggendo la situazione. Al che lui e Birgitta (di cui si dice che non fosse proprio una bellezza, principalmente a causa dei denti cavallini, ma avesse un’energia sessuale prorompente; quelli erano gli anni del mito delle svedesi; chissà dove sono finite adesso, oggi quando si pensa alla Svezia non vengono più in mente spedizioni di conquista e filmini pornografici ma solo il Billy e l’Ivar dell’Ikea) se ne vanno in giro per l’Europa a sedurre altre fanciulle. Il secondo episodio riguarda invece una splendida avventuriera statunitense, tale Helen, una specie di fuggitiva che aveva vissuto dall’adolescenza in poi negli ambienti più straricchi (e più mafiosi) dell’Estremo Oriente, rientrando poi a casa in quanto, a ventisei anni, si rendeva conto che stava invecchiando e non poteva pensare di continuare all’infinito con quella vita debosciata (il classico paradigma delle “ragazze che decidono di mettere la testa a posto” proprio un attimo prima che tu le conosci e ti chiedi perché non le hai conosciute in tempo utile per trasgredire un po’ insieme, mortacci loro; peraltro si trovano molto, dato che anche quell’idiota del protagonista del romanzo aveva lasciato la povera Birgitta sostenendo che “si erano spinti troppo oltre” e quindi non avrebbero mai più potuto avere una vita e una sessualità normale); e, infine, Claire, una seria e posata, per quanto anch’essa giovanissima e graziosa professoressa.
            Al di là delle situazioni erotiche, gustosamente descritte (in particolare rapporti orali, scene lesbo e sadomaso vissute con l’ineffabile Birgitta) l’argomento del romanzo è una riflessione sul senso del desiderio, le sue fluttuazioni e il suo inaridirsi nell’abitudine. Sono argomenti che tornano anche in altri romanzi dello stesso autore, probabilmente molto meglio affrontati in seguito. Si fanno notare comunque anche alcune interessantissime pagine su Praga e su Kafka (interpretazione dell’autore: i suoi racconti claustrofobici e visionari non sono altro che il frutto di un’impotenza sessuale) oltre che, ovviamente, tutto il consueto dipanarsi del mondo ebraico-accademico statunitense.
            Comunque, la cosa che sicuramente in Roth mi piace di più in assoluto è la capacità di descrivere i personaggi femminili. I suoi ritratti di donne sono sempre impagabili. Quando leggi le descrizioni femminili di qualsiasi autore, ti viene da dire “Una così, purtroppo / per fortuna non l’ho mai conosciuta”. Quando leggi quelle di Roth, al contrario dici “Ehi, ma guarda un po’, questa è proprio come (inserire un nome), quella (inserire un aggettivo) con cui (cancellare le frasi che non interessano: sono stato insieme / ci ho avuto una storia / avrei voluto averci una storia o starci insieme ma lei non ne ha voluto sapere).

Libri: Quando si ama si deve partire, di Delia Vaccarello

Da parte di Delia Vaccarello, la curatrice delle antologie di racconti lesbici “Principesse Azzurre”, un interessante ed evocativo romanzo sentimentale.
 
La storia. La protagonista-io narrante, Angela, è un’intellettuale che vive molto “in giro”, frequenta casali di campagna di proprietà di amiche compiacenti, feste, combini vari. Viaggia spesso; partecipa ad incontri, conferenze, eventi. Non si capisce molto chiaramente quale sia il suo lavoro, qualcosa tra il pubblicistico e l’universitario, ma si comprende che non ha particolari difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena. Nella sua vita di ultraquarantenne ci sono stati, nel passato, momenti di dolore e di conflitto, non ben chiariti, ma essi non le impediscono di essere quello che è, con passione e leggerezza.
 vaccarello
All’indomani della data topica dell’11 settembre, su un forum, conosce Tamara, un’affascinante donna di una grande città del nord (lei, Angela, sembrerebbe vivere in un qualche posto del centro Italia, Roma o Firenze). Alla conoscenza telematica segue quasi subito l’incontro de visu, cosa che la coinvolge subito tantissimo; Angela trova in Tamara una donna appassionata, un’amante sensibile, una persona che fa risuonare in lei corde che tacevano forse da troppo tempo. Alla gioia dell’incontro e della scoperta, segue però subito una feroce disillusione: invitata a casa sua, Angela scopre che Tamara è sposata, e pare non aver nemmeno cercato di nasconderle troppo pervicacemente la cosa. Come capita spesso alle lesbiche “tutte d’un pezzo”, la bisessualità (o meglio, in questo caso, il sospetto di) viene vista come un pericolo, un’ambiguità, un voler tenere i piedi in due scarpe; “…io non sono il tuo giocattolo, la tua vacanza, la tua trasgressione a prezzi modici”. Solo dopo la fuga arrabbiata di Angela ci sarà un chiarimento via e-mail, in cui Tamara le spiegherà di aver voluto assecondare una strana nevrosi dei suoi genitori, che dopo la morte della sorella preferita hanno voluto vedere in lei la sua continuazione, arrivando perfino a chiamarla con il nome della sorella stessa e a spingerla indirettamente a sposare il cognato vedovo, provocando in questo modo una mimesi assoluta. Angela a Tamara riprendono a vedersi, pur tra i mille impegni di entrambe e la malattia del padre di Tamara che si aggrava progressivamente.
 
Altre due figure affettive si affiancano a Tamara, nel mondo di Angela: Mercedes, una bella fioraia molto farfallona e che si dice molto innamorata di lei (o forse, semplicemente, molto alla ricerca di accasarsi), arrivando addirittura a ipotizzare dettagliati programmi di convivenza; e Sara, una giovane archeologa che partecipa ad un programma di ricerca in Sicilia, sua terra natale, sicuramente il personaggio più bello, affascinante ed equilibrato di tutto il romanzo. Angela la incontra spesso e vive con lei momenti di tranquilla serenità, in cui far decantare lo stress del rapporto con Tamara, e le pagine in cui viene descritto il viaggio in Sicilia, al suo fianco, sono probabilmente le più belle di tutto il romanzo. Il quadro sentimentale a questo punto è chiaro: abbiamo l’amore passionale e complicato (Tamara), la rompiscatole invadente (Mercedes), la presenza distaccata e non esclusiva, anzi in odore di bisessualità, ma sensibile e sincera (Sara).
 
Il romanzo, peraltro, che fino a questo punto è vissuto soprattutto di descrizioni di luoghi e sentimenti (molto ben riusciti entrambi) si avvita in un finale ricolmo di colpi di scena piuttosto assurdi. Tanto per dire: Andrea, uno dei (presunti) figli della sorella di Tamara, è omosessuale (e questo ci può ancora stare); il padre di Tamara muore, e all’apertura del testamento lei scopre che i figli che pensava essere della sorella invece sono del padre, quindi suoi fratellastri (in sostanza sono figli illegittimi del padre, avuti con un’altra donna e fatti passare di comodo come figli della sorella; un po’ meno credibile); un incubo ricorrente di Angela, legato ad un cucciolo ferito ed agonizzante, si concretizza nell’improvvisa emersione, nella sua memoria, di un fatto di cui aveva perso il ricordo, il suicidio della madre con un’arma da taglio che aveva indirettamente causato la morte del cagnolino di Angela (e qui siamo nell’assurdo più totale; per suicidarsi con un’arma da taglio ci vuole la determinazione di un samurai o di uno stoico romano; che poi ci possa andare di mezzo pure un povero cagnolino… boh. E passi la rimozione freudiana, ma dimenticarsi di un evento del genere mi sembra troppo). In realtà il problema maggiore sta nel fatto che Tamara sembra allontanarsi progressivamente da Angela, sembra che qualcosa – il rispetto, le apparenze, il senso di colpa – la costringa a tornare al posto in cui i genitori perbenisti, e soprattutto il padre, la volevano, al centro della famiglia, madre putativa dei due figli, moglie di un marito che non ha mai toccato; al punto da negare il suo amore per Angela, da affermare di non desiderarla più.
 
C’è un epilogo finale. Tamara riflette su sé stessa, riconosce i suoi errori, si rende conto che nessuno l’ha veramente obbligata a prendere il posto della sorella. E cerca di riavvicinarsi ad Angela, ma ormai è troppo tardi. Angela sta partendo per la Spagna di Zapatero, va a vedere com’è fatto un mondo in cui le istituzioni accettano i gay e tutelano i loro diritti. Sa di non aver mai amato nessuno come Tamara, ma parte lo stesso, senza rispondere ai suoi messaggi e alle sue chiamate. Ecco il collegamento al libro di Amélie Nothomb di cui ho scritto tempo fa. Partire per evitare il dolore e il conflitto, con la consapevolezza che quello che c’è stato è stato, che le vecchie prospettive sono finite, che se ne aprono di nuove.
 
Un bel libro, nelle cui descrizioni di paesaggi e di sentimenti (e anche di qualche momento sessuale un po’ calligrafico) ci si perde volentieri. Ma se il tema morale voleva essere il conflitto tra il perbenismo familiare-borghese e la propria natura sessuale, lo si sarebbe potuto sviluppare altrettanto bene senza ricercare coups de theatre così clamorosi, così televisivi come quelli che ho descritto più sopra.
 
Per finire, come già ebbi a dire, confermo che i libri della piccola biblioteca Oscar Mondadori, come carta e impaginazione, fanno veramente schifo.