Avevo avuto notizia di questo libro diversi anni fa da una recensione letta non ricordo più dove, forse sul mensile di fumetti erotici “Blue”. Ovviamente mi aveva assai incuriosito, ma l’ordine che avevo fatto in una libreria non ebbe nessun esito. Fu per caso solo molto tempo dopo che, per un colpo di fortuna, lo trovai nuovo, insieme ad altri parecchi libri rilevanti, su una bancarella di reimanders. Ovviamente lo feci subito mio e subito me lo gustai. Ho rimandato spesso di scriverne qui sul blog perché lo volevo fare in maniera degna e ponderata; ora, ispirato da questo post dell’amica Shoegal, mi pare che sia venuto il momento.

Il feticismo, o meglio, l’apprezzamento del piede femminile, si sa, è un fatto prevalentemente visivo (vabbè, c’è la sottospecie dei cani da tartufo, ovvero i fanatici dell’odore, ma non ne faccio parte e ho sempre incontrato ragazze, Gott sei dank, con piedi non significativamente odorosi). I pochi racconti sull’argomento che mi è capitato di leggere, prevalentemente in rete, li ho sempre trovati scarsamente interessanti; per cui, mi incuriosiva parecchio leggere un romanzo interamente dedicato a quest’argomento. E, in effetti, la mia curiosità è stata ripagata. Il libro infatti è molto piacevole e ben scritto.
Il protagonista, io narrante, racconta la sua storia. Vive a Londra, fa un lavoro d’ufficio, a quanto si capisce, abbastanza poco interessante, ed è un feticista del piede e delle scarpe. Un feticista, bisogna dirlo, molto raffinato e perverso: una delle sue forme di perversione consiste infatti nell’intervistare per strada donne dai piedi e scarpe molto attraenti, facendosi passare per un ricercatore di mercato, ponendo domande sulle scarpe che comprano e sui loro gusti in merito, facendo poi loro anche delle foto e infine archiviando con massima cura foto e interviste in una pregiata e raffinata raccolta. Non solo: è anche collezionista, grande conoscitore ed esperto di scarpe. Ne consegue che ampi stralci del romanzo che abbiamo in mano sono accurate analisi dell’estetica delle scarpe e dei piedi, nonché delle tematiche del feticismo analizzate in tutti i loro aspetti: molto spazio si dedica alle analisi che ne hanno fatto personaggi come, Freud o Kraft-Ebing; poi le testimonanze e le memorie di grandi conoscitori e conoscitrici di scarpe, sia sul versante degli stilisti che su quello degli “utenti” (attrici, ecc.).
Il nostro feticista, dicevamo, è all’inseguimento dei piedi perfetti. E li trova anche, proprio facendo le sue interviste clandestine: sono quelli di Catherine, una ragazza americana che resta immediatamente intrigata dalla sua perversione e diventa sua partner e complice di giochi erotico-estetici. Per lui, aver trovato i piedi perfetti è la conquista del paradiso; per lei, è un modo per giocare, per mettersi alla prova e sperimentare il piacere di situazioni nuove. Tra le altre, le scarpe di Harold, un oscuro e geniale artigiano che produce per lei dei veri e propri capolavori rifiutando qualsiasi compenso, e che sono dettagliatamente descritti (davvero, sembra di averli davanti).
Ma tutto è troppo bello per durare. La situazione, da un certo momento in poi, diventa sempre più confusa e comincia ad avvitarsi su sé stessa; Catherine perde progressivamente convinzione nel suo mettersi in gioco a livelli di perversione sempre più forti, fino al momento in cui decide di lasciare il suo amante, che cade nella più nera ed atroce disperazione: dopo il paradiso, l’inferno. La situazione si ingarbuglia sempre di più, finchè ad un certo punto – ohibò – ci scappa pure il morto. Inutile dire che il sospettato n. 1 sarà proprio il pervertito della situazione, ovvero il nostro simpatico piedomane, e inutile dire che non vi racconto il finale…
Geniale, comunque, l’idea di mantenere alto l’interesse per un racconto che altrimenti tenderebbe un po’ a sgonfiarsi virando, al momento giusto, dal socio-erotico al giallo. Cosa che permette anche di mettere a fuoco la visione che gli interlocutori del nostro eroe – agenti di polizia compresi – hanno della sua perversione: banalmente una malattia, anche piuttosto ridicola, sicuramente disprezzabile.
Un altro aspetto positivo di questo libro, per noi che siamo del ramo, è il fatto di metterci a confronto con la nostra passione, cosa che io faccio riportando qui di seguito uno dei primi capitoli del libro, quello in cui il protagonista descrive i suoi gusti, intercalando, in neretto, le mie opinioni.
“Un esperto di anatomia direbbe che il piede è l’estremità terminale dell’arto inferiore, quella che voi e io chiamiamo gamba. Aggiungerebbe poi che il piede, strumento di supporto e locomozione, si divide in tre sezioni: tarso, metatarso e falangi, ciascuna delle quali è composta rispettivamente da sette, cinque e quattordici ossa per un totale di ventisei.Direbbe che all’interno del piede c’è un ricco e intricato sistema di muscoli, nervi e vasi sanguigni, alcuni dei quali rappresentano oggetto di attrazione per quelli come me.
Sul dorso, per esempio, si trova l’estensore breve, un muscolo largo e sottile diviso in quattro tendini che corrono attraverso il piede; in un piede veramente bello questi quattro tendini si devono vedere con molta nitidezza. Sono perfettamente d’accordo.
Sempre nello stesso punto c’è l’arteria dorsale, un vaso sanguigno che si ramifica, per l’esattezza, nel tratto tarsico e metatarsico che corrono paralleli verso la sommità del piede, mentre i tratti interossale e dorsale vanno in direzione opposta, verso le dita. Anche questi, in un bel piede, si devono ben distinguere in altorilievo. Sono d’accordo anche su questo. Sono queste le caratteristiche del piede “nervoso” o “vissuto” che mi piace tanto. Tempo fa riflettevo sul fatto che – salvo eccezioni – è raro che una donna con meno di trent’anni abbia dei piedi memorabili, dato che tendini e arterie tendono ad emergere con l’età.
Ci sono poi i nervi cutanei, il tibiale anteriore e il safeno esterno, che intersecano il piede dividendosi anch’essi in branche e intrecciandosi con ossa e muscoli. Certo sono invisibili, eppure è grazie a loro che il piede risulta così singolarmente sensibile. Ed è per questo che il piede è una raffinata e delicata zona erogena, sia che venga affidato alle cure di un partner, sia a quelle di un paio di sandali a tacchi alti…
Ma un anatomista, malgrado la sua conoscenza di strutture e processi interni, non è abituato a formulare indizi estetici sul piede, mentre io passavo tutto il mio tempo facendo precisamente questo.
Vediamo se riesco a descrivere un perfetto piede femminile. Sicuramente deve essere lungo e snello (uno strato di grasso intorno al piede ne nasconde il carattere). Mai troppo corto e grazioso altrimenti prende un’aria innocente come quello di un bambino, il che può essere tutto fuorché sexy. Deve essere forte e agile, alto di arcata e con caviglia stretta e slanciata. Assolutamente d’accordo.
Va da sé che questo piede perfetto deve essere sano, senza escrescenze, cicatrici e deformità; niente pelle dura, scolorita o a scaglie. Tuttavia, non sono contrario a un piede dall’aspetto vissuto; una vita di tacchi alti e scarpe esotiche lascia per forza qualche traccia, che non va disprezzata. Come sopra.
La carnagione può essere bianchissima o splendidamente abbronzata, ma in entrambi i casi, come ho già detto, ossa, tendini e vene devono essere visibili sotto la pelle, quando guizzando si snodano a ogni movimento. Talvolta si vede un piede così teso e venato da sembrare un pene turgido – o forse è il contrario? È il genere di piede per cui vado pazzo. Ed era il piede di Catherine.
È necessario, ripeto, che le dita siano lunghe, diritte e sottili, mai grassottelle o a patata: quelle storte o sovrapposte sono davvero orribili. Inoltre, contrariamente ai modelli del Rinascimento e della scultura greca, preferisco che l’alluce sia il dito più lungo. In merito a questo, preferisco giudicare caso per caso.
Le unghie rivestono un’importanza cruciale; brutte unghie possono rovinare anche il più perfetto dei piedi. In questo settore il requisito principale è la forma. Né a spatola, né a conchiglia; la sagoma corretta è quella di minuscoli schermi televisivi. Piuttosto grandi rispetto alla misura del piede, devono stare in posizione centrale e simmetrica, senza sporgenze o pellicine. Non vanno tenute corte, ma lunghe, e ovviamente vanno laccate; la gamma di colori accettabili è abbastanza ristretta, dal rosa scuro al marrone intenso. Per quanto mi riguarda, ho una preferenza per una sfumatura simile al rosso Ferrari. Decisamente atroci le tinte bianche, argentate, metalliche o perlacee. Anch’io preferisco il rosso, ma, in mancanza di meglio, non mi dispiacciono le tinte chiare. Ho spesso pensato che lo smalto nero potesse regalare un certo brivido, ma ho dovuto ricredermi quasi sempre; quanto alle varie tonalità di verde e viola, sono troppo stravaganti e innaturali. Anch’io la penso così, nero compreso. Infine, nonostante il paragone naturalistico possa stonare in un discorso sulla cosmesi, solo l’unghia perfetta, di un rosso fiammante, esalta la bellezza eburnea del piede, così come le gengive rosso sangue fanno più aguzzi e affascinanti i denti del lupo.
Ho sempre considerato un inutile eccesso ornare i piedi con gioielli. Una complicazione altrettanto inutile, e non particolarmente sensuale, è quella di tingerli con l’henné. Ammetto che un piccolo tatuaggio abbia una certa carica erotica, tuttavia credo che un piede perfetto non debba essere tatuato, e certamente non lo erano quelli di Catherine. Su questo non sono assolutamente d’accordo. Tatuaggi discreti, non eccessivi, ben posizionati, nonché disegni di henné che rispettino gli stessi parametri, e gioielli tipo cavigliere od anellini per le dita, non troppo massicci e di gusto leggero, ai piedi non possono fare che bene.
Naturalmente, capisco che pontificare sulla bellezza femminile sia un’occupazione assurda e pericolosa; se risulto dogmatico o troppo esigente, tutto ciò che posso dire è che mi dispiace, ma è così che funziona con i feticci. È chiaro che anche i piedi non conformi al mio ideale hanno tutto il diritto di esistere e di essere ammirati, tanto che io stesso ho provato ammirazione e sono stato in intimità con piedi molto lontani dalla perfezione; ciò non toglie che un uomo deve sapere ciò che vuole. Comunque sia, credo di aver avuto un atteggiamento più descrittivo che prescrittivo: infatti, esponendo la mia idea di piede perfetto, non ho fatto altro che ritrarre con molta precisione quello di Catherine.
Ma il piede perfetto non è nudo, è calzato. È la scarpa che produce una vitale trasformazione estetica, che personalizza questa parte del corpo. Mentre il piede perfetto è per definizione unico, le scarpe si possono ammirare e godere in numero infinito. Trovare la scarpa giusta è relativamente più facile; le scarpe le puoi comprare o farle fare appositamente, mentre il piede perfetto è un fenomeno naturale come il Grand Canyon o le cascate Vittoria. Con questo ragionamento sono d’accordo al 50%. Va bene il fenomeno naturale, ma il piede può essere perfetto anche se fa a meno della calzatura. La mia idea, semplicemente, è questa, e mi scuso se mi ripeto: la scarpa, per me, ha un senso solo se c’è un piede dentro. E il piede ha senso solo se c’è una donna attaccata. Se no, no. Il piede, quindi – fatti salvi i parametri estetici sopra elencati – se è bello, non ha bisogno della scarpa per essere perfetto, ma di una donna interessante che ne sia proprietaria. Il piede può essere perfetto anche con una scarpa perfetta, ma è un altro tipo di perfezione. Vero anche che una bella scarpa può far molto per un piede non perfetto.
Ovviamente le scarpe devono avere i tacchi alti, anzi, entro limiti ragionevoli, più alti sono meglio è. Non credo sia il caso di psicanalizzare il tacco alto, basti dire che senza dubbio impone alle donne un portamento e un’andatura diversi; innalza loro le natiche, le fa ancheggiare, dona loro un aspetto dominante ma allo stesso tempo vulnerabile. Rende difficile la fuga. Di qui il termine scarpe-fottimi", o SF come preferisco chiamarle; in altre parole, la donna che le porta è come se dicesse: "se mi acchiappi puoi scoparmi", ed è chiaro che qualunque scemo è in grado di acchiappare una donna con un paio di scarpe dai tacchi alti quindici centimetri.D’accordo sui tacchi alti. La teoria del nostro autore peraltro la trovo interessante, ma non mi sembra sufficiente. Come già ho scritto altre volte, per me la seduzione del tacco alto ha comunque a che fare con richiami di tipo sadomaso, sia attivo che passivo: difficoltà nel camminare, fantasia di calpestamento, stare più in alto e quindi dominare.
Mi rendo conto che tutto ciò non suona molto politically correct; anzi, sembra decisamente misogino ma, insomma, non sono stato io a inventarmi il termine e neppure il concetto. In realtà, la prima volta che lessi la parola "scarpe-fottimi" fu nell’autobiografia di Shelley Winters, Shelley, altrimenti nota come Shirley: racconta di come, agli esordi della carriera, lei e Marilyn Monroe rubassero scarpe dallo studio per andarci a ballare. Erano sandali dai tacchi alti, con una specie di grata sulle punte e un cinturino alla caviglia legato con un fiocco: lei le chiamava "scarpe-fottimi" e scriveva che erano "davvero le scarpe più sexy che abbia mai visto".
Come Shelley, anch’io adoro il cinturino alla caviglia, e ancora di più il doppio cinturino; penso abbia a che fare con l’idea di schiavitù e costrizione, come succede con le cinghie e persino con certi tipi di stringhe, tutti accessori particolarmente simpatici. D’accordo.
1 materiali possono variare, ma solo entro certi limiti. Tendo a preferire le scarpe fatte di qualcosa che un tempo era vivo: pelle o camoscio, serpente o coccodrillo, tigre, antilope oppure, come quelle di Catherine, zebra. Tuttavia in questo campo non sono troppo dogmatico; mi piacciono anche il velluto, la seta o il raso. Non gradisco invece i tessuti sintetici; i miei gusti erotici escludono perspex, plastica e bachelite e anche rafia, legno o gomma. Concordo. Le “platform”, le scarpe trasparenti che usano spesso le cubiste (vedi la copertina del libro “Discocaine” riportata più sotto) dovrebbero essere eccitanti, visto che lasciano vedere i piedi, ma non lo sono poi così tanto, anzi, non so perché, appaiono piuttosto volgarucce. Meglio il gioco di trasparenza ad esempio di un tessuto leggero, tipo garza, o di una tomaia finemente traforata o lavorata a rete.
Anche il colore è importante: amo le tinte forti, soprattutto il rosso e il nero, ma anche viola e blu non sono male. Decisamente non vanno le tonalità color terra come beige, giallo e grigio, mentre il bianco è semplicemente assurdo. Concordo incondizionatamente.
Sono piuttosto tradizionale nella scelta delle scarpe, mi piace che siano rigorose e accurate; preferisco un insieme grandioso a un dettaglio efficace. Le voglio con il bordo rigido, lisce e aerodinamiche; non ho tempo da perdere con particolari inutili come fibbie, nastri, bottoni, perline, strass, lustrini e fiori artificiali. Altrettanto. D’altro canto, posso anche divertirmi parecchio con ciabatte, sandali e pantofole di pelo. Divertirsi? Boh… Mi piace molto il tacco a stiletto, ma resto sempre un ammiratore di quello a virgola e del talon choc. Anch’io.
C’è comunque un’intera categoria di scarpe che erotica non lo sarà mai, intendo zoccoli, scarpe da ginnastica, infradito e sandali del dottor Scholl; su questo gruppo non è il caso di soffermarsi, se non per chiarire quanto il mio disprezzo testimoni il carattere estetico, non funzionale né analogico, del mio feticismo. Per me non è importante l’idea di piede o quella di scarpa, ma la realtà; la vista, il tatto, la forma. Sono d’accordo al 99%. Infatti dei sandali infradito carini, calzati su piedi belli, con anellini e cavigliere, non sono poi così male.
Non ho nulla contro gli stivali, che arrivino alla caviglia, al polpaccio, al ginocchio o alla coscia, e so benissimo che una classe di feticisti specializzati li adora. Ma con me non funzionano, basti dire che avvolgendo il piede lo nascondono, mi inibiscono l’oggetto del desiderio. Vero, per tutte le scarpe troppo chiuse. Un paio di stivali possono essere belli, ma da un punto di vista più estetico che erotico. Immagino che potrebbero andare benissimo nel caso la partner avesse piedi brutti, ma come potrei vivere con una partner del genere? Come potrei fare del sesso con lei?
La funzione cruciale di una buona scarpa è, dev’essere, quella di rivelare il piede, valorizzarlo e metterlo in mostra, offrirgli una cornice e uno sfondo. D’accordissimo. È proprio questa la vera natura della mia ossessione erotica; io anelo all’intreccio di arte e natura, di corpo umano e oggetto fabbricato, di piede e scarpa, di carne e cuoio.
Non sono uno di quei feticisti malsani, non mi raggomitolo sotto le coperte a masturbarmi in una scarpa di seta nera. Ho bisogno di una presenza femminile per dare vita alla scarpa, e ho bisogno della scarpa per abbellire e rendere pienamente erotico il piede. D’accordo col primo enunciato, un po’ meno col secondo. Per citare quello che diceva un ex-blogger di cui avevo ripreso tempo fa le parole, la scarpa serve a camminare verso la camera da letto, ma poi deve restarne fuori… Il nostro simpatico protagonista, invece, ama far sesso con donne con le scarpe. Cosa che a me, per fortuna mia e dell’igiene delle mie lenzuola, non è mai venuta in mente. Devo ammettere che finora, nel corso di queste spiegazioni, ho sempre avuto in mente un piede bianco in una scarpa scura; spero per questo di non sembrare razzista, o meglio, per essere più preciso, "pellista". Francamente, non vedo perché. In fondo parlo solo di preferenze, non pregiudizi; insomma, un piede nero in una scarpa scura perde in contrasto e in tensione, così come accade se un piede nero ha le unghie laccate di scuro. Si potrebbe forse pensare che un piede scuro in una scarpa bianca, o con unghie laccate di bianco, dovrebbe risultare erotico, ma questa immagine non colpisce affatto i miei centri del piacere. Condivido il tutto, comprese le riserve sul razzismo.
C’è un solo momento nel quale la pelle nera è infinitamente più teatrale di quella bianca: quando è macchiata di sperma. Vedere filamenti e gocce di seme bianco che spiccano sullo sfondo di lucidi piedi neri è un’immagine Iurte ed emozionante, tuttavia sembra in qualche modo marginale rispetto alla sostanza vera e propria del feticismo per piedi e scarpe. Può coinvolgere un piede, ma non è proprio concentrata su quel piede. Boh…
Piuttosto, secondo me, la vera essenza dell’intreccio sessuale tra piede e scarpa è simboleggiata dal dito scoperto. Ah, il dito scoperto, l’elemento più perverso ed erotico di tutti. Il piede è in parte nascosto dalla struttura della scarpa, ma ecco che proprio sulla punta c’è questo piccolo, invitante orifizio circolare; la nuda carne dell’alluce si mostra spudorata, pronta a farsi toccare o baciare quando si spinge fuori dal buco, come un pene, anzi miniando proprio una penetrazione, mentre l’unghia sfavilla di un vibrante rosso ciliegia. La carica erotica del dito scoperto è la più potente, eccitante e pericolosa che conosca. Catherine portava moltissime scarpe a dito scoperto”. Sono d’accordo in parte. Delle scarpe aperte in punta, che fanno vedere la punta dell’alluce e solo quella, mi fanno un po’ impressione, mi fanno venire in mente quegli handicappati che hanno gli arti che terminano con un solo ed unico dito. L’equilibrio è ristabilito se fanno vedere qualcosa di più, tipo due o tre dita. Ma anche le scarpe tipo Chanel o i sabots chiusi, che coprono il piede ma lasciano vedere esclusivamente il tallone, non li disprezzo affatto.
Altri aspetti piuttosto interessanti di questa narrazione, sono l’esposizione delle varie teorie psicologiche sul perché si diventa feticisti (…Conclusione dell’autore, e anche mia: nessuna di esse convince a fondo. Siamo tutti un po’ feticisti – magari non necessariamente dei piedi – ma ci vergognamo ad ammetterlo, e quindi se siamo tutti speciali, alla fine non lo è nessuno). E poi la distinzione che si fa tra “feticista” e “parzialista”: “Un parzialista è qualcuno a cui piacciono un bel paio di piedi o di scarpe, ne viene attratto perché aggiungono qualcosa al suo piacere sessuale, ma non gli sono necessari, mentre un feticista senza di loro non può raggiungere il piacere in nessun modo”. Ma allora io sono un “parzialista”? Ma che brutta parola…
A questo punto, posso rispondere alla questione che poneva l’amica Shoegal nel suo blog. E’ vero, un piede curato è meglio di un piede trascurato. Non è solo una questione estetica, ma anche di consapevolezza: una donna consapevole delle capacità seduttive dei propri piedi (e che quindi sceglie anche le scarpe giuste) è sicuramente più intrigante di una che invece li ignora totalmente, o peggio, se ne vergogna (ricordo con imbarazzo una tipa che in spiaggia, in bikini, indossava un paio di calzini bianchi, e quando le chiesi perché, mi disse che si vergognava dei suoi piedi nudi… che peraltro non avevano deformità o malattie, erano normalissimi…)